La crisi climatica aggrava salute riproduttiva e violenza di genere, ma i fondi restano allo 0,04%.
Nel 2022, nella provincia pakistana di Sindh, 73.000 donne incinte erano a poche settimane dal parto quando inondazioni catastrofiche hanno sommerso la regione. Non è un bollettino di guerra: è il costo della crisi climatica che nessuno mette a bilancio. Lo ricorda un’analisi pubblicata a luglio su Ms. Magazine, che collega cambiamento climatico, salute riproduttiva ed equità di genere.
Due disastri, una stessa emergenza
Nell’agosto 2022, secondo l’UNFPA, quasi 650.000 donne incinte nelle aree colpite dalle alluvioni in Pakistan necessitavano di servizi di salute materna. Di queste, fino a 73.000 avrebbero partorito entro il mese successivo, con bisogno di assistenza qualificata al parto e cure neonatali. Il dato va letto per quello che è: non una conseguenza secondaria del disastro, ma un’interruzione di cure che non possono aspettare.
Nel settembre 2024, dall’altra parte del mondo, l’uragano Helene ha chiuso la Planned Parenthood di Asheville, l’unica clinica abortiva della Carolina del Nord occidentale, per la perdita di acqua potabile. La chiusura è durata un mese e ha costretto le pazienti a viaggiare per ore per ricevere cure. In un caso l’acqua che sale, nell’altro l’acqua che manca: il risultato è lo stesso, l’accesso alle cure si interrompe. Ma cosa succede quando il clima non è un evento estremo, ma una condizione quotidiana?
Il corpo come dato climatico
Quei due episodi non sono anomalie isolate: sono la superficie di dati che misurano il corpo come indicatore climatico. A luglio, uno studio della Keck School of Medicine della University of Southern California ha mostrato che, per le donne che vivono nei quartieri più vulnerabili al clima, l’effetto dello stress da calore durante il periodo pre-concepimento sulla probabilità di un parto SGA è quasi raddoppiato. SGA sta per small for gestational age: un neonato piccolo per l’età gestazionale. Non è una variante di poco conto, è un indicatore di rischio alla nascita.
Lo stesso nesso emerge dalla violenza di genere. Ogni aumento di 1°C della temperatura globale è associato a un aumento del 4,7% della violenza da parte del partner. La cifra va letta per quello che è: una correlazione, non una condanna. Ma è una correlazione che scala. In uno scenario di riscaldamento di 2°C, si stima che entro il 2090 40 milioni di donne e ragazze in più subiranno violenza da parte del partner ogni anno. Rispetto ai livelli attuali, è un incremento che non riguarda una regione o un evento: riguarda la temperatura media del pianeta.
Il punto non è che ogni disastro colpisca le donne. È che il clima, anche quando non fa notizia, agisce come moltiplicatore di rischi già esistenti. Se i numeri sui corpi sono così chiari, la domanda diventa: chi sta finanziando la prevenzione?
Lo 0,04% che manca
Dai corpi passiamo ai bilanci. La stessa cecità si ripete nei finanziamenti. Secondo il brief della Spotlight Initiative, solo lo 0,04% degli aiuti allo sviluppo legati al clima si concentra principalmente sull’uguaglianza di genere. Va letto in rapporto al peso sproporzionato che il clima ha su salute riproduttiva e violenza di genere: non è un ritardo marginale, è un ordine di grandezza che non sta in piedi.
Il primo Gender Action Plan è stato adottato già nel 2017. Un aggiornamento era previsto alla COP30 di novembre 2025. Il prossimo banco di prova è la risposta politica e finanziaria a quell’aggiornamento.
Non serve una morale: serve un numero da osservare. Se lo 0,04% dei finanziamenti climatici legati al genere non si muove nei prossimi mesi, ogni altro dato su calore, violenza e parti in emergenza è già scritto.




