Il clima ha aggiunto un caso ogni mille bambini, ma la prevenzione ne ha evitati duecento.

Per ogni caso di malaria infantile che il cambiamento climatico ha aggiunto nell’ultimo decennio, gli sforzi di eradicazione ne hanno evitati circa duecento. È questo il margine che, almeno finora, ha tenuto nascosto il segnale climatico. Lo scorso 29 luglio, uno studio della Yale pubblicato sulla rivista Nature ha provato a isolare quel segnale: in alcune parti dell’Africa il clima ha probabilmente aumentato il carico di malaria infantile, ma nell’ultimo decennio la media continentale è stata di circa un caso in più ogni mille bambini.

Il margine che nasconde il clima

Il dato più sorprendente non è l’aumento in sé, ma il rapporto tra ciò che il clima ha aggiunto e ciò che i sistemi di controllo hanno tolto. Nell’ultimo decennio, i ricercatori hanno calcolato circa un caso extra di malaria ogni mille bambini nel continente africano. Nello stesso arco di tempo, gli sforzi in corso per eradicare la malaria hanno controbilanciato l’impatto complessivo con un margine di circa 200 volte. In altre parole, per ogni caso attribuibile al clima, la prevenzione e il trattamento ne hanno evitati duecento.

La ragione è anche operativa. Come osserva un esperto citato da Carbon Brief, la sorveglianza, la prevenzione e il trattamento efficaci restano sostanzialmente più influenti – e più attuabili – del solo cambiamento climatico. Ma quel margine non è infinito. Se il controllo rallenta e il clima accelera, il rapporto può invertirsi.

L’attribuzione contro il 2050

Lo studio non si ferma al passato. Il modello descrive anche cosa accadrebbe se i livelli di controllo restassero invariati. Secondo Symons e colleghi, il cambiamento climatico potrebbe portare a 123 milioni di casi aggiuntivi di malaria (intervallo 49,5–203 milioni) e a 532.000 decessi aggiuntivi (195.000–912.000) in Africa tra il 2024 e il 2050. La differenza rispetto al passato è di scala: non più un caso ogni mille in un decennio, ma una pressione che si accumula su milioni di persone.

Il principale fattore di aumento del rischio sono gli eventi meteorologici estremi: secondo Symons et al., rappresentano il 79% dei casi aggiuntivi (intervallo 50–94%) e il 93% dei decessi aggiuntivi (intervallo 70–100%). Non è il riscaldamento medio a fare il grosso del danno, ma la coda violenta del clima: alluvioni, siccità, stagioni anomale che spostano la trasmissione dove prima era limitata.

Il lavoro, inoltre, risolve un dibattito decennale su uno dei primi sospetti impatti sanitari del cambiamento climatico, fornendo un modello per misurare il vero carico globale. Resta una domanda: quanto di questo aumento è evitabile agendo solo sulla riduzione del riscaldamento globale?

Cinque casi ogni mille: il prezzo di un grado

Eppure, il modello offre anche una leva concreta. Ridurre il riscaldamento globale futuro da 3 °C a meno di 2 °C potrebbe prevenire in media 5 casi in eccesso ogni 1.000 in Africa orientale ad alta quota (oltre 1 km) e in Africa meridionale entro il 2100. Il ricercatore Colin Carlson lo riassume in modo diretto: rispettando l’obiettivo dell’Accordo di Parigi si possono probabilmente prevenire circa cinque casi ogni mille bambini in ogni regione.

Non è una cifra enorme se letta da sola. Ma va confrontata con il passato: nell’ultimo decennio l’effetto climatico misurato è stato di circa un caso ogni mille. I cinque casi evitabili per mille indicano il margine che si può ancora governare, soprattutto nelle aree più vulnerabili per altitudine e nel sud del continente. È un numero piccolo, quasi discreto, ma è la differenza tra un sistema che regge e uno che comincia a cedere.

Il numero da tenere d’occhio non è il grado in più, ma la distanza tra l’un caso su mille del passato e i cinque casi su mille evitabili: è lì che si gioca la differenza tra controllo e collasso.