Il programma Regno Unito-ASEAN chiuderà nel 2026, ma il 90% dei fondi ha un solo donatore.
Più della metà della popolazione dell’ASEAN vive ormai in città. È il dato da cui parte l’annuncio di fine luglio di un webinar promosso dall’iniziativa CLARE–ASEAN per la resilienza climatica urbana, tenutosi lo scorso 11 agosto. Il punto non è soltanto demografico: le città costiere e secondarie in rapida crescita sono particolarmente vulnerabili a inondazioni, tempeste e caldo estremo. Eppure il finanziamento dell’adattamento urbano, nella regione, rimane fortemente centralizzato, con limitata autonomia fiscale per le città.
Oltre metà in città, quasi zero autonomia
Il quadro è quello di una regione che si urbanizza più in fretta di quanto riesca a costruire strumenti fiscali locali. Se più della metà dei cittadini ASEAN vive in aree urbane, l’esposizione cresce in modo disomogeneo: sono le città costiere e quelle secondarie in crescita rapida a pagare il prezzo più alto di alluvioni, mareggiate e ondate di calore. Tuttavia, il finanziamento pubblico per l’adattamento resta concentrato nei livelli centrali. Le amministrazioni locali, che dovrebbero decidere dove e come intervenire, hanno margini di bilancio ridotti e poca capacità di indebitarsi per opere di lunga durata.
Il risultato è una tensione precisa: le città sono il fronte più esposto del cambiamento climatico, ma dipendono da trasferimenti e programmi decisi altrove. È da questa domanda — chi paga, e attraverso quali canali — che conviene seguire i flussi di denaro. Perché se i soldi ci sono, non è detto che arrivino dove servono.
I soldi ci sono, ma non arrivano dove servono
Un esempio concreto di questa architettura è l’iniziativa CLARE-ASEAN, lanciata da Regno Unito e ASEAN il 4 giugno 2025 a Jakarta. Il programma è finanziato da sovvenzioni e promuove una resilienza climatica urbana socialmente inclusiva, in linea con l’ASEAN Working Group on Climate Change. Ma la struttura dei finanziamenti racconta molto: stando a un annuncio del governo britannico, circa il 90% delle risorse arriva dal FCDO, con una quota minoritaria dell’IDRC canadese, e la data di fine del programma è fissata al 2026.
Questo concentramento non è un caso isolato. In tutta l’ASEAN, secondo un aggiornamento del programma CLARE, i sistemi di finanziamento restano frammentati, inegualmente accessibili e spesso poco allineati con la natura di lungo periodo delle sfide di adattamento urbano. In altre parole, anche laddove esistono risorse pubbliche e dei donatori, i meccanismi non sono pensati per accompagnare interventi che richiedono manutenzione, aggiornamento e capacità amministrativa per decenni.
A livello continentale il divario è quantificato. Un’analisi di Climate Policy Initiative, che misura il deficit di finanza per l’adattamento in Asia, indica che gli investimenti restano molto al di sotto di quanto sarebbe necessario. Il problema, quindi, non è solo la quantità complessiva di denaro, ma anche la sua distribuzione e la sua prevedibilità nel tempo.
Il 30% delle DFI non basta: la scadenza è il 2026
Il numero da tenere d’occhio è una quota: oltre il 30% del finanziamento pubblico complessivo per il clima urbano nel 2021-2022 è arrivato dalle istituzioni finanziarie di sviluppo, che già oggi sono la fonte pubblica più grande per questo tipo di spesa. Lo riporta un’analisi della Banca Mondiale. È una base di confronto importante: quel 30% non è un risultato da record, è la fotografia di un sistema in cui nessun altro attore pubblico ha preso il sopravvento.
Il punto è la scadenza. Il programma CLARE-ASEAN chiuderà nel 2026, con una struttura finanziata per circa il 90% dal FCDO. Se il peso delle istituzioni finanziarie di sviluppo non cresce e se i governi nazionali non spostano risorse e autonomia verso il livello locale, il rischio è che le città ASEAN restino con più consapevolezza, più valutazioni e più piani, ma senza la capacità fiscale di trasformarli in infrastrutture reali. La domanda resta aperta: quando il programma finirà, chi garantirà i prossimi cicli di investimento?




