La licenza arriva dopo due anni di siccità e mentre il fabbisogno idrico industriale cresce

Gennaio 2021. Mentre la Thailandia affronta la pandemia di COVID-19, una procedura amministrativa si chiude in tempi record: la valutazione di impatto ambientale per una centrale a gas riceve l’approvazione. Il progetto, oggi noto come impianto Burapa LNG, era nato come centrale a carbone Khao Hin Son, ma dopo quattro bocciature dell’Environmental and Health Impact Assessment tra il 2011 e il 2017, la versione a gas ottiene il via libera in poche settimane. Intanto, il paese esce da due anni di siccità che hanno colpito 133.000 ettari di terreni agricoli. La sola siccità del 2019, secondo l’University of Thai Chambers of Commerce, ha interessato 1.330 chilometri quadrati di terreni coltivati, con danni iniziali stimati in circa 10 miliardi di baht.

Approvazione lampo, siccità incombente

L’iter autorizzativo del progetto è emblematico. La centrale a carbone originale aveva incontrato un muro: la costituzione del 2007 classificava gli impianti a carbone come progetti ad alto impatto, richiedendo un EHIA, e tra il 2011 e il 2017 l’EHIA venne respinto quattro volte. Con la conversione a gas, il processo si sblocca. La valutazione di impatto ambientale della centrale a gas passa rapidamente nel gennaio 2021, durante il periodo COVID-19. La licenza definitiva per il progetto Burapa arriva il 15 ottobre 2025, rilasciata dalla Energy Regulatory Commission.

Mentre gli uffici smaltivano pratiche a velocità da lockdown, i campi bruciavano. La siccità del biennio 2019-2020 ha desertificato risaie e terreni, colpendo circa 133.000 ettari e innescando danni per miliardi di baht. L’aumento della domanda idrica industriale nella regione era già un allarme acceso: nel sottobacino di Tha Lat, il prelievo per uso industriale è cresciuto di oltre dieci volte tra il 2004 e il 2024, raggiungendo 50 milioni di metri cubi all’anno. La nuova centrale si inserisce in un equilibrio già precario.

La risorsa contesa

Per capire quanto incida la centrale, basta guardare i numeri del 304 Industrial Park, che serve la zona di Chachoengsao. L’impianto ha una capacità produttiva di 24.000 metri cubi al giorno e un bacino di accumulo di 18 milioni di metri cubi. Sembrano cifre capienti, ma vanno lette nel contesto: la domanda industriale complessiva nel sottobacino di Tha Lat ha superato i 50 milioni di metri cubi annui, e le risorse idriche sono sempre più stressate da siccità che bruciano fino a 1.330 chilometri quadrati di raccolti in una sola annata.

Una centrale a gas di tipo LNG non è idrovora come un ciclo a carbone, ma consuma comunque acqua per il raffreddamento e i processi. Il vero punto è l’effetto cumulativo: l’area attira già un polo industriale energivoro, e ogni nuova concessione idrica sottrae margine a un’agricoltura già al collasso nei periodi secchi. Non è un problema di domani: la licenza della centrale arriva dopo due anni di siccità severa e mentre il fabbisogno idrico industriale continua a crescere. La domanda che resta aperta è chi pagherà, in termini di disponibilità di acqua, l’ingresso di questo nuovo impianto.

Promesse verdi, realtà fossile

Il governo thailandese ha annunciato il 19 novembre 2025 l’impegno zero emissioni nette al 2050, con un obiettivo intermedio di riduzione del 47% delle emissioni entro il 2035. Ma il piano di sviluppo energetico che dovrebbe tradurre quegli impegni in scelte tecnologiche è rimasto al palo. La nuova bozza del PDP, concepita per aumentare l’energia pulita e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, è stata cancellata a causa di ritardi politici e cambi di governo. Al suo posto, la Thailandia continua a seguire il PDP del 2018, la cui prima revisione dà ancora priorità ai combustibili fossili per la generazione elettrica.

La contraddizione è lampante: il paese ha una capacità di generazione elettrica già in eccesso, ma autorizza nuovo termoelettrico a gas. Il progetto Burapa non è un anacronismo isolato, ma il sintomo di un sistema che annuncia decarbonizzazione e intanto ripiega sul vecchio manuale. Se il segnale agli investitori è questo, la transizione rischia di restare sulla carta.

La centrale Burapa è un test. Mentre la Thailandia dichiara zero emissioni e si prepara a ospitare appuntamenti climatici globali, il suo piano energetico operativo è ancora quello fossile del 2018. L’approvazione lampo dell’EIA nel bel mezzo di una pandemia, la licenza concessa dopo due anni di siccità, e la cancellazione del nuovo PDP pulito compongono un mosaico che non combacia. Si può fare transizione con questo metodo? La risposta, per ora, è nell’acqua che manca e nei megawatt che si aggiungono.