La causa di 17 stati contesta l’effetto domino della normativa californiana sugli imballaggi
Riduzione del 25% della plastica monouso, tasso di riciclo al 65%, imballaggi al 100% riciclabili o compostabili entro il 2032: sono i tre obiettivi scolpiti nella legge californiana SB 54, in vigore dallo scorso 1° maggio, e sono anche il detonatore della più grande battaglia legale sulla plastica del 2026: una causa intentata da 17 stati contro la California che accusa lo Stato di voler imporre le proprie scelte politiche all’intera nazione. Un fronte compatto di procuratori generali repubblicani ha depositato il ricorso il 22 giugno, trasformando una normativa ambientale statale in un caso di conflitto federale. La posta in gioco non è solo la plastica: è il perimetro del potere regolatorio di un singolo stato su un mercato che non conosce confini amministrativi.
I numeri che fanno la differenza
La legge SB 54 — formalmente Plastic Pollution Prevention and Packaging Producer Responsibility Act — non si limita a dichiarazioni di principio. Fissa tre vincoli misurabili con scadenze inderogabili al 2032: taglio del 25% della plastica monouso per imballaggi e contenitori alimentari, riciclo del 65% dei medesimi materiali e riciclabilità o compostabilità del 100% degli imballaggi in plastica monouso. Sono percentuali che ridisegnano l’equazione economica dell’intera filiera del packaging, e lo fanno partendo da un dato di fatto misurato da CalRecycle, l’agenzia californiana per il recupero delle risorse: gli imballaggi rappresentano oltre il 50% del volume dei rifiuti che i californiani gettano in discarica. Non è una stima — è una misura diretta sulla composizione volumetrica dei flussi conferiti.
Il meccanismo della legge combina due leve: la riduzione a monte, che incide sulla progettazione stessa degli imballaggi, e la responsabilità estesa del produttore, che sposta il costo della gestione post-consumo dai comuni ai produttori. Per un’industria che ha costruito il proprio modello sulla linearità — produci, consuma, getta — quei tre numeri non sono un aggiustamento incrementale. Sono un vincolo di sistema. E sono esattamente il motivo per cui diciassette stati hanno deciso di fare causa.
Una causa che viene da lontano
La coalizione guidata dal procuratore generale del Nebraska Mike Hilgers accusa la California di violare la clausola sul commercio interstatale della Costituzione americana, sostenendo che la SB 54 tenti di «imporre le proprie preferenze politiche all’intera nazione». L’argomento non è nuovo nella struttura, ma lo è nella scala: mai prima d’ora un numero così ampio di stati aveva impugnato congiuntamente una legge ambientale di un singolo stato. La tensione, del resto, ha radici profonde. Già nel settembre 2014 la California era diventata il primo stato americano a introdurre un divieto statale sui sacchetti di plastica monouso, una mossa che all’epoca suscitò resistenze feroci e che oggi è stata replicata, con varianti, in decine di giurisdizioni.
Il governatore Gavin Newsom aveva firmato la SB 54 il 30 giugno 2022, ma l’entrata in vigore è stata calendarizzata con quasi quattro anni di anticipo rispetto alle scadenze del 2032 proprio per dare al sistema produttivo il tempo di adeguarsi. Un periodo transitorio che evidentemente non è bastato a disinnescare il conflitto. Nel frattempo, altri stati hanno scelto la strada opposta a quella del contenzioso: il Colorado ha firmato nel 2022 la legge HB22-1355, che istituisce un proprio programma di responsabilità del produttore per il riciclaggio degli imballaggi, dimostrando che il modello californiano non è un unicum isolato ma l’avanguardia di una tendenza normativa che si sta allargando. Il contrasto fra chi fa causa e chi legifera nella stessa direzione è il termometro di quanto il fronte della plastica sia destinato a spaccare il quadro politico americano nei prossimi anni.
La California, da parte sua, ha un mercato interno da 39 milioni di consumatori: qualsiasi produttore nazionale che voglia vendere imballaggi in quello Stato deve adeguarsi ai requisiti della SB 54, indipendentemente da dove abbia sede. È questo l’effetto domino che i procuratori generali repubblicani contestano: una regola californiana che di fatto diventa standard produttivo nazionale. E mentre la battaglia legale si prepara ai primi scambi di memorie, sul campo l’industria si sta già riorganizzando.
Sul campo: chi gestirà il riciclo?
Il 24 giugno, due giorni dopo la notifica della causa, la Producer Responsibility Organization Circular Action Alliance ha ricevuto l’approvazione come prima organizzazione di responsabilità del produttore in California. La stessa organizzazione senza scopo di lucro opera già come unica PRO autorizzata in Colorado, Maryland, Minnesota, Oregon e Washington. Sei stati, sei programmi di responsabilità estesa, un unico ente operativo: la macchina amministrativa del post-consumo sta prendendo forma mentre i tribunali devono ancora calendarizzare la prima udienza. È un dato che dice più di qualsiasi analisi politica: l’industria degli imballaggi non sta aspettando l’esito del contenzioso per costruire l’infrastruttura che dovrà gestire i flussi di materiale nei prossimi decenni.
La plastica non aspetta i tribunali: la partita si gioca già nella logistica del riciclo, con o senza il via libera della Corte.




