A Dhaka, il caldo cresce più che nel resto del Bangladesh
Il termometro di Dhaka non dice tutto: l’indice di calore cresce il 65 per cento più della media nazionale, e per chi lavora all’aperto quel divario non è una curiosità statistica ma il momento in cui i clienti spariscono e le vendite si fermano. Lo racconta il rapporto Hot Cities Make Hard Work Harder, pubblicato nella primavera del 2026 da People’s Courage International e ISET International. Già nel 2024, l’anno più caldo mai registrato con un’anomalia di temperatura media globale di circa 1,55 °C rispetto all’epoca preindustriale, le rilevazioni mostravano quanto il caldo fosse entrato nella vita quotidiana: secondo World Weather Attribution, il cambiamento climatico ha reso queste ondate di calore 30 volte più probabili.
La città che lavora sotto il sole
Per entrare nella storia non serve un grafico: basta una mattina di vendita al mercato. Il dato del 65 per cento si traduce in giornate di lavoro accorciate e clienti che restano a casa. Nel 2024, il 70 per cento degli intervistati ha dichiarato che il caldo estremo ha influenzato in modo significativo le proprie vite e i propri mezzi di sussistenza; tra i migranti interni intervistati, la quota sale al 95 per cento. È il segnale che il caldo estremo non colpisce tutti allo stesso modo: chi si è spostato dalle campagne verso la città, spesso con meno margini per difendersi, ne subisce gli effetti in misura quasi totale.
Se il caldo è una costante, quanto vale davvero in ore di lavoro e denaro? La risposta non è nei gradi, ma nel bilancio.
Il conto in giornate di lavoro
Nel solo 2024, gli impatti del caldo sulla salute fisica e mentale hanno contribuito alla perdita di circa 250 milioni di giornate di lavoro, con un costo fino a 1,78 miliardi di dollari, pari a circa lo 0,4 per cento del prodotto interno lordo. Lo riporta un’analisi di Mongabay dedicata ai lavoratori informali di Dhaka. Su scala nazionale, le stime dell’IIED indicano una perdita salariale da caldo estremo di 4,1 miliardi di dollari l’anno, pari allo 0,91 per cento del Pil del Bangladesh. Sono cifre che cambiano la lettura: il caldo smette di essere un fenomeno atmosferico e diventa una voce fissa di bilancio, che erode quasi un punto di Pil e colpisce soprattutto chi ha meno margine per difendersi.
Il divario tra il dato di Dhaka e quello nazionale aiuta a capire il meccanismo: l’indice di calore della città cresce molto più della media del Paese, e i lavoratori informali, spesso all’aperto, sono i primi a sopportare il costo delle giornate perse.
Il paradosso di chi cerca rifugio in città
E qui arriva il paradosso. Le città, che già oggi espongono i lavoratori all’aperto a condizioni estreme, sono anche il luogo in cui continua a concentrarsi la migrazione interna. Entro il 2050, gli impatti del cambiamento climatico potrebbero generare oltre 200 milioni di migranti interni aggiuntivi a livello globale, secondo le proiezioni contenute nel rapporto PCI/ISET. Il nuovo lavoro sul caldo riprende il campione di migranti interni dello studio “Coping with Climate” del 2024, condotto nelle stesse cinque città: Dhaka, Delhi, Jakarta, Kathmandu e Quezon City.
Nel frattempo, le rilevazioni di campo già in corso tra venditori e mercati raccontano una realtà in movimento. Sono in corso, come documenta la ricerca di WIEGO, due tornate di questionari con quasi 500 venditori e la mappatura delle infrastrutture di 17 mercati. Per questo i prossimi segnali da osservare non stanno nei satelliti, ma nei mercati e nelle strade dove la migrazione incontra il caldo.
Chi vive o fa impresa in una grande città può aspettarsi che il caldo entri nei bilanci come voce fissa: meno ore lavorate, redditi ridotti e persone in movimento. I dati di Dhaka e delle altre città sono il primo indicatore da monitorare.




