La proposta del senatore Sullivan punta a imporre l’esclusore su tutti i pescherecci da pollock in Alaska
Immaginate una scatola di metallo montata all’imboccatura di una rete da traino. Non è un dettaglio marginale: è il congegno che permette ai salmoni di schivare la cattura mentre le maglie continuano a raccogliere pollock. Quel dispositivo, il salmon excluder, è il cuore meccanico del Bycatch Reduction Act che il senatore repubblicano Dan Sullivan ha depositato lo scorso 25 giugno, con l’obiettivo di imporne l’installazione su tutte le imbarcazioni che pescano pollock in Alaska.
Il cuore tecnico: l’esclusione del salmone
Il principio è semplice. Un reticolo a maglie larghe, posizionato in diagonale all’interno del sacco della rete, sfrutta la differenza di comportamento tra specie: il pollock, pesce di branco, tende a spostarsi verso il fondo del sacco, mentre il salmone risale verso l’alto e trova una via di fuga attraverso l’apertura dell’esclusore. È una questione di idrodinamica e di etologia applicata alla pesca, non di ideologia. Eppure, in Alaska, quel pezzo di metallo è diventato il campo di battaglia di uno scontro politico che contrappone due visioni contrapposte della regolamentazione della pesca industriale.
Il disegno di legge non si ferma qui. Vieta l’importazione di prodotti ittici da Russia e Cina, paesi che secondo Sullivan operano senza rispettare gli standard di sostenibilità imposti ai pescatori americani. E autorizza di nuovo il programma BREP della NOAA, il Bycatch Reduction Engineering Program, che finanzia progetti per ridurre le catture accessorie. Poi c’è la mossa più recente: lo scorso 1° luglio, Sullivan ha aggiornato la proposta con misure più severe contro il contatto degli attrezzi da traino con il fondale, un problema che altera gli habitat bentonici e che le comunità costiere denunciano da anni.
La reintroduzione del testo, ufficializzata nei giorni scorsi, arriva dopo mesi di consultazioni. Il messaggio è implicito: la tecnologia può risolvere una parte del conflitto senza fermare le flotte. Ma basterà un dispositivo tecnico a placare le richieste degli Alaskani che vedono le catture accessorie di salmone minacciare i propri mezzi di sussistenza?
Chi ci guadagna? Le pressioni dal basso
La proposta di Sullivan non nasce nel vuoto. È la risposta diretta a una coalizione di interessi che spazia dai pescatori di sussistenza ai villaggi dell’entroterra, passando per i pescatori commerciali e ricreativi. «Ho ascoltato innumerevoli Alaskani – dai raccoglitori di sussistenza ai pescatori commerciali e ricreativi, dai residenti delle comunità costiere ai villaggi a monte dei fiumi – che chiedono, a ragione, un’azione diretta per ridurre le catture accessorie e il contatto degli attrezzi con il fondale, per proteggere meglio le nostre risorse ittiche», ha dichiarato Sullivan nella nota di accompagnamento al disegno di legge.
La pressione è stata recepita anche sul piano amministrativo. Il 17 luglio scorso, il North Pacific Fishery Management Council ha chiesto un documento di discussione per individuare opzioni praticabili e applicabili per ridurre il contatto con il fondale. È un passaggio tecnico, ma rivela la convergenza tra l’impulso legislativo e il dibattito regolatorio delle agenzie federali.
Chi paga il costo del bycatch? Spesso non sono gli armatori delle grandi navi-fattoria, ma i pescatori su piccola scala e le famiglie che dipendono dal salmone per l’autoconsumo. Un salmone catturato e scartato da un peschereccio da pollock è un salmone che non risale il fiume, non si riproduce, non arriva sulla tavola di chi vive a valle. Sullivan tenta di correggere questa esternalità con uno strumento regolatorio graduale: vietare importazioni, finanziare ricerca, imporre attrezzature selettive. Eppure, mentre cerca un compromesso, c’è chi propone una soluzione ben più radicale.
Lo scontro: Sullivan contro Peltola
La linea di frattura è netta e corre lungo le elezioni per il seggio alla Camera. Mary Peltola, democratica, ha costruito la sua campagna su un pilastro opposto a quello di Sullivan: il divieto totale del factory trawling, la pesca industriale praticata da giganteschi pescherecci che trasformano il pesce direttamente a bordo. L’approccio di Sullivan, che definisce standard di performance e obblighi tecnici, per Peltola è solo un palliativo. La sua campagna ha bollato il disegno di legge come una copertura elettorale e ha ricordato che Sullivan «ha avuto dodici anni al Senato per prendere provvedimenti significativi contro il trawling industriale, senza però agire».
L’accusa è duplice: inerzia politica e conflitto di interessi. La campagna di Peltola sostiene che Sullivan avrebbe tratto guadagni dalla «più grande azienda di salmone d’allevamento del mondo», elemento che getta un’ombra su chi oggi propone regole che, pur restrittive, non mettono fuori gioco l’industria. La distanza tra le due posizioni non è sfumata: da un lato il gradualismo normativo, dall’altro l’abolizionismo.
Il Bycatch Reduction Act cerca una via mediana: proteggere le risorse ittiche con strumenti tecnici senza disarticolare un settore che impiega migliaia di persone. Ma la domanda ora è fino a che punto il Congresso, in un anno elettorale, seguirà una linea moderata. L’asta della politica si sta spostando sull’asse radicalismo-moderazione, e le sardine metalliche degli esclusori — per quanto ingegnose — potrebbero non bastare a rispondere a chi chiede di spegnere del tutto i motori delle navi-fattoria.




