Il bollino bio non dice tutto: il biologico è un sistema di regole, non l’assenza di pesticidi

Il problema non è decidere se il biologico faccia bene o male. È capire cosa stiamo davvero pagando e perché.

La scelta al banco: vale la pena?

Per molti consumatori, l’equazione è automatica: prodotto bio uguale più sano, più sicuro, senza pesticidi. È un’associazione che si è costruita in decenni di marketing e di preoccupazioni reali sulla qualità del cibo. Non a caso, la domanda di alimenti biologici è trainata soprattutto dalle preoccupazioni per la salute personale e per l’ambiente, in particolare per gli effetti dei pesticidi. E i numeri lo confermano: nell’ultimo decennio la disponibilità di alimenti biologici nei supermercati è cresciuta in modo significativo. Ma quando mettiamo un prodotto nel carrello solo perché ha un bollino verde, stiamo facendo una scelta informata o stiamo reagendo a una rassicurazione visiva?

Cosa c’è dietro l’etichetta

Etichette e slogan rassicurano, ma i numeri e la storia raccontano un’altra verità. Per capirla, serve fare un passo indietro. Il movimento dell’agricoltura biologica non nasce nei supermercati né nei reparti marketing delle grandi catene alimentari. Nasce negli anni Quaranta come reazione all’industrializzazione dell’agricoltura, in un’epoca in cui le prime tecniche intensive cominciavano a trasformare il paesaggio rurale. Già nel 1939, Lord Northbourne aveva coniato l’espressione “organic farming” nel suo libro Look to the Land. Pochi anni prima, come racconta la storia dell’agricoltura biologica, il botanico britannico Sir Albert Howard — considerato il padre dell’agricoltura biologica moderna — aveva trascorso quasi vent’anni, dal 1905 al 1924, a documentare le pratiche agricole tradizionali indiane a Pusa, nel Bengala, insieme alla moglie Gabrielle, fisiologa vegetale. L’intuizione di Howard, che oggi suona quasi banale ma all’epoca era controcorrente, era che la salute del suolo, delle piante, degli animali e degli esseri umani fossero un unico sistema da preservare.

Quella visione ha poi preso strade molto diverse. Oggi la certificazione biologica è un processo burocratico regolato da enti nazionali e internazionali. Nel Regno Unito, per esempio, è la Soil Association a certificare i prodotti biologici. Negli Stati Uniti c’è il National Organic Program (NOP), un programma federale che definisce e applica standard uniformi per i prodotti agricoli biologici venduti nel Paese, accreditando organizzazioni terze perché verifichino la conformità di aziende agricole e imprese. In altre parole, dietro il bollino c’è un complesso apparato di regole, ispezioni e deroghe.

Ed è qui che i luoghi comuni cominciano a scricchiolare. La certificazione biologica, per esempio, non esclude l’uso di tutti i pesticidi. Sostanze come il piretro — un insetticida originariamente derivato dalla radice di crisantemo — o la poltiglia bordolese — un fungicida a base di ioni di rame nato nei vigneti francesi che applicavano soluzioni di calce da contenitori di rame — trovano impiego sia in agricoltura biologica che convenzionale. Sono pesticidi, a tutti gli effetti. La differenza sta nell’origine e nella lista di quelli ammessi, non nell’assenza totale. Quanto al valore nutrizionale, poi, la scienza non dà ai prodotti bio una marcia in più: vitamine, minerali e nutrienti non sono necessariamente superiori rispetto a un equivalente non biologico. Non è un giudizio di valore, è un dato.

Eppure il mercato continua a correre. Il mercato globale del cibo biologico ha raggiunto 150 miliardi di dollari nel 2022, con una crescita rapidissima a partire dal 1990. Numeri che spiegano perché la grande distribuzione abbia investito così pesantemente su questa categoria: non è solo una nicchia per consumatori attenti, è un giro d’affari enorme che detta le regole dell’offerta. Alla luce di questi fatti, come orientare le nostre scelte senza cadere in nuove trappole?

La bussola per il carrello

Non si tratta di abbandonare il biologico, ma di usarlo con intelligenza. Un criterio molto più concreto del bollino è la stagionalità. Prendiamo le fragole dell’esempio iniziale: in Europa la loro stagione va da maggio a settembre. Se a dicembre trovate fragole bio, probabilmente vengono da serre riscaldate o dall’altro emisfero, con un costo ambientale ed economico che vanifica gran parte dei benefici che associate al prodotto. La stagionalità, tra l’altro, è gratis: non richiede certificazioni, non aumenta il prezzo, e spesso coincide con una qualità migliore.

Bisogna anche fare i conti con un fatto economico nudo e crudo: l’agricoltura biologica ha costi di produzione più alti e rese inferiori rispetto ai metodi convenzionali. Significa più lavoro, più attenzione, più spazio per ottenere la stessa quantità di cibo. Ecco perché quel 40% in più sul prezzo non è solo marketing: in parte, riflette differenze reali nei processi produttivi. Sta a noi decidere se quella differenza di prezzo corrisponda a un valore che riteniamo importante — che sia la riduzione dell’impatto ambientale, la tutela della biodiversità o il sostegno a un certo tipo di agricoltura.

Alla fine, il carrello della spesa non dovrebbe essere né un atto di fede né una resa all’ideologia. Informarsi sulle certificazioni — sapere cosa coprono e cosa no — e tenere d’occhio le stagioni può portare a scelte più consapevoli, senza l’ansia del biologico a ogni costo. Perché pagare di più ha senso solo quando sappiamo esattamente cosa stiamo comprando.