Il programma federale REAP si ritira dal sostegno al solare agricolo proprio mentre i siti agrivoltaici raddoppiano la superficie coltivata

Ogni agricoltore che vede il proprio campo rendere sempre meno si chiede prima o poi se sia possibile installare pannelli senza rinunciare alla terra. Nella contea di Boulder, in Colorado, una famiglia lo ha fatto davvero: i 24 acri acquistati nel 1972 da Jack Stingerie, per decenni coltivati a fieno e grano e usati per il bestiame, ospitano oggi un giardino solare comunitario da 1,2 MW con 3.276 pannelli, energia sufficiente per oltre 300 abitazioni.

La trasformazione parte nel 2018, quando Kurt Kominek e suo figlio Byron fondano Jack’s Solar Garden in memoria dello stesso Jack Stingerie. Byron, prima di dedicarsi alla fattoria, aveva lavorato come diplomatico per l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale. Quella che era una comune fattoria di famiglia si è via via evoluta in un modello per produrre energia e cibo insieme. Il sito si descrive come il principale del paese per l’agrivoltaico e l’impianto solare più visitato degli Stati Uniti: oltre 5.500 persone lo hanno visitato fino ad oggi.

Crescono i pannelli, spariscono gli incentivi

Quella del Colorado non è una storia isolata: i numeri nazionali raccontano un boom, ma anche una frenata annunciata. Nel 2020 i siti agrivoltaici statunitensi coprivano 27.000 acri e producevano 4,5 GW di energia solare. Entro novembre 2024 i siti agrivoltaici statunitensi sono più che raddoppiati, con 60.000 acri e 10 GW. In meno di cinque anni la superficie dedicata è più che raddoppiata.

Eppure, proprio mentre la diffusione accelera, il sostegno federale arretra. Già a settembre 2025, secondo Civil Eats, il programma REAP dell’USDA si sta ritirando dal sostegno al solare in azienda. Il paradosso è tutto qui: da un lato i numeri di mercato mostrano che il modello interessa sempre più imprese agricole, dall’altro viene meno lo strumento federale che aiutava a coprire i costi di installazione. Per chi oggi ha un campo e sta pensando ai pannelli, questo cambia la domanda di partenza: non più “si può fare?”, ma “con quali numeri conviene?”.

Quando l’agrivoltaico conviene davvero

Se il quadro federale è incerto, la scelta aziendale diventa più selettiva e va fatta con numeri alla mano. Il caso del Colorado offre qualche riferimento concreto: su un appezzamento dimostrativo di 5 acri, il Jack’s Solar Garden ha prodotto circa 8.300 libbre di prodotti biologici in una sola stagione (poco meno di 3.800 chili). Non è un dato che dimostri da solo la convenienza di ogni impianto, ma dice che la produzione agricola sotto i pannelli può avere un valore reale.

A livello statale il Colorado ha scelto di puntarci: il governatore Jared Polis ha visitato il Jack’s Solar Garden per firmare una legge che ha stanziato fondi per la ricerca sull’agrivoltaico nello stato. È un segnale che va nella direzione opposta rispetto al ritiro federale, ma non può sostituire da solo un programma nazionale. Il punto non è se l’agrivoltaico funziona — i dati dicono che può funzionare — ma se regge i conti nel proprio caso concreto: costo dei pannelli, produzione agricola effettiva, prezzo dell’energia, presenza o assenza di incentivi.

Alla fine, la lezione della fattoria di Boulder è che l’agrivoltaico resta un’opzione concreta solo dove il costo di installazione incontra una produzione agricola che paga. Se il programma federale REAP si ritira, la scelta non scompare, ma torna a essere un calcolo aziendale selettivo: i pannelli non trasformano da soli un campo in perdita in un’attività redditizia, né garantiscono un rientro rapido senza un aiuto pubblico. Servono numeri locali, rese reali e un’idea chiara di cosa si vuole vendere: energia, cibo, o entrambi.