Assenza di obiettivi di decarbonizzazione per oltre la metà delle aziende del settore

Un taglio del 15% delle emissioni in un solo anno sembrerebbe un successo. Ma se il 58% delle aziende del settore non ha nemmeno un obiettivo di decarbonizzazione, qualcosa non torna. A segnalarlo è un’analisi del WWF Italia sulle principali elettrosiderurgiche italiane, pubblicata nella primavera del 2025. I numeri positivi arrivano da un’altra indagine della stessa organizzazione, che nel corso del 2024 ha registrato una riduzione media del 15% nelle emissioni Scope 1 e 2 del settore.

Progressi a metà

Accanto al taglio delle emissioni, i dati raccolti dal WWF Italia mostrano una riduzione dell’intensità energetica del 5,6%. L’utilizzo di materiale riciclato resta elevato, attorno all’86,7%, e il recupero dei rifiuti supera il 77%. Sono indicatori che segnano un miglioramento reale: meno energia per ogni tonnellata prodotta, più circolarità nei materiali, meno scarti in discarica. Rispetto a un passato recente in cui il settore faticava a muovere questi numeri, la direzione è quella giusta.

Ma sono anche indicatori che convivono con un’assenza di strategia che li rende fragili. Delle dodici principali aziende elettrosiderurgiche esaminate dal WWF Italia, appena sei sono dotate di impianti fotovoltaici per l’autoproduzione di energia. In altre parole, metà del settore non ha ancora messo in campo gli strumenti più elementari per ridurre la dipendenza dalla rete e stabilizzare i costi energetici nel medio periodo. E se quei sei impianti rappresentano un passo avanti, restano una goccia in un sistema che consuma energia su scala industriale.

Il macigno dei costi energetici

Il miglioramento annunciato cozza con una realtà più pesante, che ha radici lontane dal perimetro dei singoli stabilimenti. Nei giorni scorsi, in un intervento ripreso dalla stampa di settore, il presidente di Federacciai Antonio Gozzi ha ricordato che l’Italia registra costi energetici industriali più alti al mondo. Non più alti della media europea: più alti in assoluto, in cima a una classifica che nessuno vuole guidare.

Le ragioni sono strutturali e note a chi segue il settore, ma Gozzi le ha sintetizzate in modo diretto: «L’assenza di una politica energetica comune e il sistema ETS aggravano ulteriormente i costi». Il combinato disposto è un macigno per le acciaierie italiane, che operano prevalentemente con forni elettrici e sono quindi esposte in modo diretto al prezzo dell’elettricità. In assenza di un mercato energetico europeo davvero integrato — e con un sistema di scambio di quote di emissione che nel disegno attuale penalizza chi produce in Europa rispetto a chi importa — pagano un differenziale che nessun guadagno di efficienza può colmare da solo.

Il dato sull’intensità energetica in calo del 5,6% va letto proprio qui: le aziende stanno facendo meglio con quello che hanno, ma il costo di quello che hanno — l’energia — resta fuori dal loro controllo. Con questi numeri, investire in decarbonizzazione profonda diventa un lusso. Non sorprende che molte realtà italiane fatichino a dotarsi anche degli strumenti più basilari per l’autoproduzione, mentre altrove in Europa i progetti di riconversione procedono con un altro passo.

La corsa mondiale all’acciaio verde

La partita dell’acciaio verde si gioca su scala globale, e i leader si muovono in fretta. Un’analisi del WWF europeo sottolinea che l’Unione è oggi all’avanguardia nell’innovazione per l’acciaio a zero emissioni, ma deve affrontare la concorrenza di Cina e MENA — la macroregione che comprende Medio Oriente e Nord Africa. Entrambe le aree stanno accelerando gli investimenti nella produzione di acciaio a basse emissioni, forti di costi energetici strutturalmente più bassi e di catene di approvvigionamento dell’idrogeno in via di costruzione.

La tecnologia per farlo esiste già. Quando l’elettricità rinnovabile alimenta la produzione di idrogeno verde e i forni elettrici ad arco, le emissioni di CO₂ per tonnellata di acciaio possono scendere a 0,4 tonnellate di CO₂ per tonnellata, circa l’80% in meno rispetto ai metodi più efficienti sviluppati fin dai tempi del convertitore Bessemer. Non è un orizzonte teorico da laboratorio: in Svezia il progetto HYBRIT, sostenuto da SSAB, LKAB e Vattenfall, ha aperto un impianto pilota già nel 2020 e sta lavorando per realizzare il primo impianto su scala commerciale.

La Svezia non è sola. In tutta Europa, dalla Germania alla Spagna, i progetti di acciaierie a idrogeno si stanno moltiplicando, sostenuti da partnership industriali e da meccanismi di finanziamento pubblico che altrove — in Cina come nel Golfo — hanno già innescato economie di scala. L’Italia, con il suo parco di forni elettrici e un tasso di riciclo superiore all’86%, avrebbe le carte per partecipare a questa corsa. Ma senza una politica energetica che affronti il nodo dei costi, e con più della metà delle aziende priva di obiettivi di decarbonizzazione misurabili, il rischio non è arrivare secondi: è restare fuori dal mercato.

L’acciaio verde può ridurre le emissioni a 0,4 tonnellate di CO₂ per tonnellata. Entro il 2027, quel numero potrebbe segnare il confine tra chi sopravvive e chi scompare. Per le siderurgiche italiane, il tempo degli annunci è scaduto.