Il summit di Londra ha riunito marchi plant-based e colossi lattiero-caseari su obiettivi comuni
Latte o avena? Il dilemma del consumatore consapevole
Sei al supermercato, una mano sul latte d’avena, l’altra su un brick di latte che promette pascoli rigenerativi. Quale scegli? Dietro le etichette, però, accade qualcosa di inatteso: ieri, a Londra, un summit organizzato da Food Tank ha riunito oltre 200 leader del settore alimentare, filantropico e degli investimenti, e ha mostrato che il conflitto tra mondo vegetale e animale è molto meno netto di quanto pensiamo.
Il patto inatteso tra veg e mucche
Sul palco dell’evento, due realtà irlandesi che apparentemente non potrebbero essere più distanti hanno raccontato progetti quasi identici. Da un lato il marchio plant-based Strong Roots, fondato da Sam Dennigan con l’obiettivo di accorciare la distanza tra chi produce e chi consuma. L’azienda non vuole togliere nulla dal piatto, ma aggiungere opzioni vegetali nutrienti e accessibili. «Non siamo per togliere, siamo per tutto», hanno spiegato durante il summit. Una filosofia che punta a portare alternative di buona qualità nel carrello senza demonizzare le proteine animali.
Dall’altro lato c’è Kinisla, l’azienda lattiero-casearia che lo scorso maggio ha cambiato nome dopo che Kerry Co‑Operative Creameries, nel dicembre 2024, ha completato l’acquisizione del 70% di quella che era Kerry Dairy Ireland. Kinisla sta accompagnando centinaia di allevatori con il programma Evolve RegenDairy, che lavora su cinque fronti precisi: efficienza dei nutrienti, protezione dell’acqua, salute del suolo, biodiversità e benessere animale. Non uno slogan marketing, ma un percorso verificato. Kinisla è infatti il primo trasformatore lattiero-caseario al mondo a ottenere la verifica di Fase 5 sulla piattaforma Sustainable Dairy Partnership, il livello più alto di controllo indipendente sulle pratiche rigenerative della filiera.
Davanti allo stesso pubblico, una marca di cibo vegetale e un colosso del latte hanno quindi illustrato la stessa scommessa: investire nella terra e negli allevatori per produrre meglio. Resta un problema: come fa chi fa la spesa a orientarsi?
Cosa guardare quando si sceglie (davvero)
La buona notizia è che esistono già punti di riferimento solidi. La piattaforma Sustainable Dairy Partnership (SDP) rappresenta oggi il cruscotto più affidabile: assegna una fase di verifica crescente alle aziende lattiero-casearie in base a parametri oggettivi, dalla gestione del letame alla copertura dei suoli. Arrivare alla Fase 5, come ha fatto Kinisla, significa sottoporsi a audit esterni e dimostrare un miglioramento continuo, fattorie dopo fattorie. Dietro quella sigla c’è quindi una catena di controlli che tutela il suolo e l’acqua in modo misurabile.
Non solo latte. Anche per i prodotti a base vegetale il confine è tra chi coltiva e chi sfrutta. Il caso di Strong Roots mostra che la sostenibilità non sta nell’ingrediente ma nella filiera: l’azienda ha integrato la rigenerazione del terreno nella sua catena di fornitura e crede che i marchi debbano raccontare questa complessità senza banalizzarla. Il consumatore, di conseguenza, può fare la sua parte cercando sulla confezione non la fogliolina verde di rito, ma riferimenti a programmi verificati come SDP o a progetti di agricoltura rigenerativa che citano enti terzi e risultati misurabili.
Kinisla ha riassunto il suo impegno nella strategia di sostenibilità One Evolve, costruita su quattro pilastri – Operations, People, Evolve RegenDairy e Governance – che tengono insieme il lavoro in stalla, il benessere animale e la trasparenza verso chi compra. Numeri alla mano, significa che dietro un brick di latte può esserci un allevatore che oggi dedica più ettari a prati stabili, che ha ridotto l’uso di fertilizzanti azotati di un 8% verificabile, o che partecipa a corsi di formazione finanziati dal programma.
La vera differenza non è tra vegetale e animale, ma tra chi coltiva il suolo e chi lo sfrutta. Ora puoi chiedere al tuo latte di dimostrarlo.




