La legge francese del 2017 sul dovere di vigilanza impone ora di mappare anche le emissioni dei clienti
Il pieno di gasolio fatto l’altro ieri da un automobilista a Lione non compare in nessun bilancio ufficiale di TotalEnergies. Eppure è proprio quel litro bruciato, moltiplicato per decine di milioni di clienti nel mondo, a costituire la fetta più ingombrante dell’impronta carbonica della major francese. Si chiamano emissioni Scope 3: quelle indirette generate dall’uso dei prodotti venduti — benzina, cherosene, gasolio, GNL — più tutte le altre emissioni a monte e a valle che sfuggono al perimetro operativo diretto. Lo scorso 25 giugno, una sentenza del tribunale francese ha detto che anche quelle emissioni devono entrare nel piano di vigilanza della compagnia, e che ignorarle non è più un’opzione.
L’ordinanza del Tribunale di Parigi impone a TotalEnergies di rivedere il proprio piano di vigilanza includendovi le emissioni Scope 3 e le misure per mitigarle. È la prima volta che un giudice francese allunga esplicitamente il dovere di diligenza di una multinazionale petrolifera fino al prodotto che esce dal distributore. La causa era stata intentata nel 2020 da un fronte ampio: le organizzazioni Notre Affaire à Tous, Sherpa, Zéa e France Nature Environnement, insieme al comune di Parigi. Dopo sei anni di battaglia legale, il tribunale ha riconosciuto che la mappatura dei rischi climatici non può fermarsi ai cancelli della raffineria.
Ma perché un tribunale può obbligare un’azienda a guardare così lontano? La risposta è in una legge francese del 2017.
Un dovere che si allunga fino al cliente
Il fondamento giuridico è la legge francese sul dovere di vigilanza, entrata in vigore nel 2017. La norma impone alle grandi aziende francesi di pubblicare ogni anno un piano di vigilanza che identifichi i rischi e prevenga impatti gravi sui diritti umani e sull’ambiente. L’obbligo copre le attività proprie dell’impresa, quelle delle società controllate direttamente o indirettamente, e quelle di subappaltatori e fornitori con cui esiste una relazione commerciale consolidata. Nella sua formulazione originale, il perimetro sembrava pensato per le filiere della moda o dell’elettronica: fabbriche, catene di subfornitura, lavoro minorile. Applicarlo al clima — e in particolare alle emissioni di chi compra e brucia il prodotto finale — è il salto concettuale che la sentenza del 25 giugno ha cristallizzato.
Anne Stévignon, tra i portavoce delle organizzazioni ricorrenti, ha dichiarato che la decisione conferma come la legge francese sul dovere di vigilanza si applichi ai rischi climatici generati dalle multinazionali. Il messaggio, ha aggiunto, è netto: le compagnie dei combustibili fossili sono responsabili di tutte le loro emissioni, comprese quelle prodotte dai clienti che utilizzano i loro prodotti. Non si tratta di un caso isolato. Già nel febbraio 2023, il Mena Rights Group aveva intentato una causa contro TotalEnergies per presunte violazioni dei diritti umani in un impianto a gas nello Yemen gestito da Yemen LNG, di cui la major è azionista di maggioranza. Nel giugno dello stesso anno, diverse ONG avevano citato nuovamente TotalEnergies per il progetto petrolifero in Uganda, chiedendo risarcimenti per presunte violazioni dei diritti umani. E sempre nel febbraio 2023, un’azione legale aveva preso di mira BNP Paribas per il suo contributo al riscaldamento globale attraverso i prestiti alle società di combustibili fossili. Il filo rosso è riconoscibile: il dovere di vigilanza non è più uno strumento confinato alla catena di fornitura immediata, ma un meccanismo che i tribunali stanno progressivamente allargando all’intero arco della responsabilità climatica.
Resta da vedere se questa trasparenza forzata cambierà davvero le strategie industriali o rimarrà un esercizio di compliance. Per ora, il tribunale ha scelto la via del prudente pragmatismo: ha rinviato la decisione sulle richieste più ambiziose — l’allineamento del piano all’Accordo di Parigi e la riduzione delle attività fossili — spiegando che prima bisognerà valutare i passi concreti che TotalEnergies compirà per conformarsi all’ordinanza. L’asticella è stata alzata, ma il verdetto finale su quanto in alto debba arrivare è rimandato.
Il cantiere della vigilanza
Non è solo una questione di carte bollate. Per chi gestisce impianti, raffinerie e reti di distribuzione, l’inclusione obbligatoria delle Scope 3 nel piano di vigilanza introduce costi di compliance nuovi e rischi legali finora assenti. Mappare le emissioni a valle significa modellizzare gli scenari d’uso di ogni prodotto venduto, attribuire responsabilità proporzionali, e pubblicare misure di mitigazione che siano verificabili. Ogni dato mancante o sottostimato diventa un possibile appiglio per nuove cause. Il tribunale ha condannato TotalEnergies a pagare 20.000 euro a ciascun ricorrente per le spese legali — una cifra simbolica per una major da miliardi di fatturato, ma che segna un precedente procedurale. L’udienza successiva è stata fissata per il 21 gennaio 2027: in quei mesi, la compagnia dovrà dimostrare di aver preso sul serio l’ordine del tribunale, oppure prepararsi a un giudizio che potrebbe spingersi fino all’obbligo di ridurre le attività fossili.
Nel concreto, l’effetto immediato è duplice. Da un lato, le major petrolifere con sede in Francia dovranno ricalibrare i propri piani di vigilanza inserendo metriche e obiettivi sulle emissioni indirette, con ricadute sui sistemi di rendicontazione e sui rapporti con gli investitori. Dall’altro, la sentenza offre un modello legale replicabile: se il nesso tra Scope 3 e dovere di vigilanza tiene in appello, le cause climatiche contro le aziende fossili avranno un gancio giuridico più solido in tutta l’Unione Europea, dove la direttiva sulla due diligence aziendale sta seguendo una traiettoria analoga. Il paradosso è che proprio l’obbligo di trasparenza potrebbe accelerare la decarbonizzazione più di qualsiasi target volontario: rendere visibile ogni tonnellata di CO₂ emessa a valle costringe a fare i conti con numeri che finora era comodo lasciare fuori dalla porta.
La partita si gioca sulla prossima udienza, e intanto ogni litro venduto pesa un po’ di più nei bilanci — non solo in quelli del carbonio, ma anche in quelli del rischio legale.
La sentenza di Parigi non ferma le trivelle, ma rende visibile ogni goccia di petrolio bruciato. E nella trasparenza, il conto finale arriva prima.




