L’azienda è seconda al mondo per inquinamento da plastica di marca
Quattro virgola sette milioni di acri: quasi un quarto dell’intera superficie agricola italiana, convertita a pratiche rigenerative, di ripristino e protettive. Il dato, appena comunicato da PepsiCo, segna un progresso verso l’obiettivo agricolo 2030 che l’azienda si è data: 10 milioni di acri entro fine decennio. Numeri che suonano bene, e che arrivano assieme ad altri indicatori in crescita: il 70% degli ingredienti chiave approvvigionato secondo standard di sostenibilità, 224.000 persone coinvolte in programmi di supporto economico e sicurezza nelle filiere. Tutto bene, se non fosse che la stessa azienda è, secondo i dati disponibili, il secondo produttore mondiale di inquinamento da plastica di marca. Ed è qui che la fotografia si fa più complessa.
La macchina dei campi: cosa c’è dietro i 4,7 milioni di acri
Per capire la portata dell’annuncio, bisogna tradurre i numeri in termini concreti. Un acro corrisponde a circa 0,4 ettari; 4,7 milioni di acri valgono più o meno 1,9 milioni di ettari. La superficie agricola utilizzata in Italia si aggira sui 12,5 milioni di ettari: PepsiCo dichiara quindi di aver esteso le pratiche rigenerative a un’area pari a poco meno del 15% del totale italiano, o a un quarto, se si prende la superficie agricola complessiva. Un’estensione reale, non un progetto pilota.
L’obiettivo è arrivare a 10 milioni di acri entro il 2030, il che significa più che raddoppiare quanto fatto finora in quattro anni. Le pratiche di cui si parla includono la copertura vegetale permanente, la riduzione delle lavorazioni, la rotazione delle colture: interventi che mirano a sequestrare carbonio nel suolo, ridurre l’erosione e migliorare la capacità di ritenzione idrica. PepsiCo afferma che il 70% degli ingredienti chiave è già approvvigionato in modo sostenibile, un dato riferito però al 2025, che richiede cautela: «sostenibile» non ha una definizione univoca, e il perimetro esatto della metrica non è stato esplicitato nel dettaglio.
Resta il fatto che stiamo parlando di un colosso da 91,85 miliardi di dollari di fatturato nel 2024, con 318.000 dipendenti, secondo nella classifica mondiale del food & beverage per revenue, profitto e capitalizzazione, appena dietro Nestlé. Un operatore di questa scala, quando sposta il modo di coltivare su milioni di acri, modifica fisicamente i flussi di input agricoli globali. Non è irrilevante. Ma il punto è un altro: l’agricoltura è solo metà del conto ambientale.
La plastica non sparisce per decreto: il paradosso del secondo inquinatore mondiale
Ed è qui che il racconto si rompe. Già nel 2024, PepsiCo risultava il secondo produttore di inquinamento da plastica di marca a livello globale. Non stiamo parlando di emissioni di CO₂, ma di rifiuti plastici dispersi nell’ambiente, quelli che si trovano sulle spiagge, nei fiumi, negli oceani, con il logo ben visibile. Bottiglie, involucri, imballaggi: una quantità di materiale che non trova una seconda vita e finisce direttamente nell’ecosistema. Un dato che stride con l’immagine di un’azienda che si presenta come leader nella sostenibilità agricola.
La contraddizione non è solo reputazionale: è tecnica. Chi progetta un sistema alimentare rigenerativo, ma poi lo avvolge in packaging monouso che non viene recuperato, sta affrontando solo una parte del problema. Nel bilancio ambientale complessivo, la plastica dispersa ha un impatto immediato sulla fauna, sui suoli, sulla catena alimentare. E mentre il carbonio sequestrato nei terreni agricoli si misura in tonnellate, la plastica si misura in quantità di rifiuti ritrovati in natura. Sono due unità di misura diverse, ma appartengono allo stesso bilancio aziendale. Ignorarne una significa presentare un conto parziale.
La posizione di PepsiCo come seconda azienda più inquinante da plastica di marca, tra l’altro, non è un incidente di percorso: con la sua scala, ogni minima scelta di packaging si moltiplica per miliardi di unità vendute. Anche se l’azienda aumentasse la percentuale di plastica riciclata nei propri contenitori, il flusso di rifiuti dispersi dipende dalla capacità dei sistemi di raccolta nei paesi in cui opera, e da quanto i prodotti sono concepiti per essere effettivamente riciclati. Su questo, i dati sono meno generosi di quelli agricoli.
Persone e partnership: il tentativo di cucire lo strappo
Non mancano i tentativi di integrare l’impegno ambientale con quello sociale. Dal 2021, PepsiCo ha supportato circa 224.000 persone nelle sue filiere agricole e comunità, con programmi dedicati al miglioramento della prosperità economica e della sicurezza di agricoltori e lavoratori, avvicinandosi all’obiettivo di 250.000 persone entro il 2030. Un’iniziativa che va oltre la dimensione puramente agronomica: qui si parla di reddito, condizioni di lavoro, stabilità.
Nel 2025 è stata lanciata l’iniziativa STEP Up for Agriculture, in collaborazione con Unilever e altre grandi aziende del food & beverage e retailer. L’idea è rafforzare le organizzazioni che operano a contatto con gli agricoltori, con un approccio che ricorda le partnership pre-competitive: le aziende condividono risorse e competenze per alzare il livello minimo della filiera, lasciando poi la competizione ai piani superiori del mercato. È un modus operandi che nel settore tecnologico si è già visto con i consorzi per gli standard aperti, e che applicato all’agricoltura potrebbe accelerare l’adozione di pratiche sostenibili più di quanto farebbe ogni singola azienda da sola.
Resta però la domanda di fondo: tutto questo sforzo può davvero colmare il divario tra la promessa dei campi e la realtà della plastica? La sostenibilità non è solo come coltiviamo, ma anche cosa mettiamo sugli scaffali. Un packaging pensato per durare pochi minuti e persistere decenni nell’ambiente è l’antitesi di un ciclo rigenerativo. Fino a quando PepsiCo non affronterà il nodo della plastica con la stessa determinazione con cui sta convertendo gli acri, ogni ettaro rigenerativo rischia di restare una foglia di fico. La coerenza di una strategia ambientale si misura sull’anello più debole, non su quello più raccontato.




