L’opposizione locale ha già bloccato 64 miliardi di dollari in progetti

Un trilione di dollari. È la cifra che l’industria tech si prepara a investire in infrastruttura per l’intelligenza artificiale entro la fine del 2027, superando per la prima volta nella storia gli investimenti annuali nel petrolio e gas a monte. Ma mentre i colossi del settore tracciano i confini della loro nuova miniera d’oro digitale, un altro numero si frappone sulla rotta: il 71 per cento degli americani si oppone alla costruzione di un data center nella propria zona. Più di quanti rifiuterebbero una centrale nucleare. E 64 miliardi di dollari in progetti sono già bloccati.

I numeri sono stati discussi nei giorni scorsi allo Sustainable AI Infrastructure Forum, dove i sondaggi più recenti mostrano un’opposizione in crescita netta rispetto all’anno precedente. Una fonte presente al forum l’ha descritta come una delle questioni più bipartisan del paese: repubblicani e democratici, elettori urbani e rurali, tutti accomunati da un rifiuto che sta ridisegnando la geografia dell’industria tech americana.

L’onda d’urto dell’AI

La traiettoria della spesa è impressionante. La corsa all’infrastruttura AI ha già superato il volume annuale di investimenti nell’esplorazione e produzione di petrolio e gas — un sorpasso che sarebbe stato impensabile solo cinque anni fa. E il trilione di dollari previsto per il 2027 non è un’estrapolazione azzardata: è la proiezione basata sugli impegni di spesa già annunciati da aziende come Microsoft, Google, Amazon e Meta.

Parallelamente, però, si è consolidata una resistenza locale senza precedenti. Già nel marzo 2025, un sondaggio Gallup registrava quel 71 per cento di contrari alla costruzione di data center nella propria area — una percentuale che superava persino l’opposizione alle centrali nucleari, ferma al 53 per cento. A gennaio 2026, secondo un’analisi di Introl, si contavano almeno 188 gruppi di opposizione locale attivi in 40 stati, in forte aumento rispetto ai 142 gruppi in 24 stati di pochi mesi prima. Non è una protesta frammentata: è un movimento strutturato che sta rallentando l’intera filiera. Ma cosa accade quando i numeri si scontrano con i territori?

Il prezzo del consenso negato

La risposta è già scritta nei bilanci e nelle stime sanitarie. A gennaio 2026, circa 64 miliardi di dollari in progetti di data center risultavano bloccati o ritardati negli Stati Uniti perché le comunità locali hanno detto di no. Non stiamo parlando di piccoli impianti: sono campus da centinaia di migliaia di metri quadrati, ciascuno con un fabbisogno elettrico paragonabile a quello di una città di medie dimensioni.

Ed è proprio l’energia il nodo più delicato. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la domanda elettrica dei data center è aumentata del 17 per cento nel 2025, in un contesto di colli di bottiglia crescenti che stanno innescando una corsa affannosa a soluzioni di generazione. Il problema è che quelle soluzioni, nella maggior parte dei casi, significano nuove centrali a gas, con tutto ciò che comportano in termini di emissioni. Alcuni scienziati stimano che l’aumento dell’inquinamento atmosferico legato ai data center potrebbe causare fino a 1.300 morti premature all’anno entro il 2030, con un costo sociale di circa 20 miliardi di dollari l’anno.

Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: la stessa industria che promette di ottimizzare i consumi energetici globali con l’intelligenza artificiale sta generando un’impronta ambientale e sanitaria che cresce più velocemente delle soluzioni che dovrebbe offrire. E mentre il conto sale, i giganti del settore iniziano a muoversi insieme.

La trincea comune dei big

Per affrontare l’ostilità crescente e i rischi ambientali, Amazon, Google, Meta e Microsoft hanno scelto una via inedita: la Data Center Innovation Initiative, una partnership per sperimentare tecnologie di decarbonizzazione in modo coordinato anziché in ordine sparso. L’iniziativa, descritta al forum da un investitore nel settore climatico, rappresenta un’anomalia in un mercato dove la competizione è feroce su ogni altro fronte. Quattro aziende che si contendono il dominio dell’AI si ritrovano nella stessa stanza a discutere di pompe di calore e cattura del carbonio. Suona quasi ironico, considerando che proprio la loro corsa agli armamenti computazionali ha contribuito ad aggravare i problemi che ora provano a risolvere insieme.

Resta da chiedersi se basterà. Basterà un’iniziativa congiunta a placare 188 comitati di quartiere e a scongiurare quelle 1.300 morti stimate per il 2030? O il vero costo dell’intelligenza artificiale è già scritto nella bolletta della luce, nell’aria che respiriamo e nei 64 miliardi di dollari che nessuno vuole nel proprio cortile?