Il doppio limite regionale e comunale rischia di bloccare nuovi progetti agrivoltaici

Immaginate un’azienda agricola della provincia di Cuneo con qualche ettaro di terreno marginale, poco produttivo, magari in pendenza. Il proprietario decide di installare pannelli fotovoltaici per abbattere i costi energetici e integrare il reddito. Quando si siede a fare i conti, scopre che può occupare al massimo il 2 per cento della superficie agricola utilizzata del suo comune — e solo se quel comune non ha già raggiunto la sua quota in un tetto regionale ancora più stretto, fissato allo 0,8 per cento. L’investimento, a queste condizioni, rischia di non reggersi in piedi. È l’effetto concreto della nuova legge regionale piemontese sulle aree idonee per le energie rinnovabili, un provvedimento che dichiara di accompagnare la transizione energetica ma impone paletti tra i più restrittivi d’Italia.

La terra dei vincoli

Il paradosso è sotto gli occhi di chiunque conosca la burocrazia delle rinnovabili. Da un lato, la Regione Piemonte si impegna a identificare le aree dove gli impianti possono godere di iter semplificati. Dall’altro, scrive una norma che rende quelle stesse aree talmente esigue da scoraggiare qualsiasi progetto di taglia media o piccola. Il risultato è che un agricoltore che vorrebbe diversificare il reddito con l’agrivoltaico — pannelli sollevati da terra, sotto i quali si continua a coltivare — si trova di fronte a un muro di vincoli che trasformano un’opportunità in una trafila senza certezza di approdo. A rendere il quadro ancora più rigido, il testo esclude in aree agricole qualsiasi intervento che «non consenta il pieno ripristino della produttività»: una formula che, interpretata in modo restrittivo, potrebbe bloccare anche impianti progettati con tutte le accortezze agronomiche del caso.

Il muro dello 0,8%

Ecco cosa prevede nel concreto il testo approvato dalla Giunta regionale lo scorso aprile. L’articolo 3 fissa un doppio limite: a livello regionale, i terreni classificati come idonei allo sviluppo delle energie rinnovabili non possono superare lo 0,8 per cento della superficie agricola utilizzata (SAU) del Piemonte; a livello comunale, il tetto scende al 2 per cento della SAU di ciascun municipio. Dentro a queste quote rientrano anche i terreni già occupati da impianti agrivoltaici operativi o già approvati. Significa che in molti comuni dove esistono progetti autorizzati in passato, il margine per nuove iniziative è già consumato in partenza.

Tradotto in numeri concreti: se un comune ha 1.000 ettari di SAU, può destinare al massimo 20 ettari alle rinnovabili. Se un solo impianto di taglia media ne occupa 15, a tutto il resto del territorio restano 5 ettari. E se quel comune ricade in una zona dove la quota regionale è già stata raggiunta, il progetto semplicemente non si fa. Per chi sta fuori dal perimetro delle aree idonee, restano le procedure ordinarie: tempi più lunghi, costi di istruttoria maggiori, incertezza sull’esito. La differenza tra stare dentro o fuori da quel ritaglio di territorio può valere decine di migliaia di euro di spese tecniche e legali, senza contare gli anni persi.

Il disegno di legge originale contiene anche elementi di semplificazione che però restano confinati proprio a queste aree così contingentate. Nelle porzioni di territorio classificate come idonee, le procedure accelerate dovrebbero essere estese agli impianti di accumulo (BESS) integrati ai progetti di rinnovabili e alle opere di rete connesse. Per i BESS stand-alone, quelli non accoppiati a un impianto di generazione, servirà invece aspettare: il testo prevede che entro 240 giorni dall’entrata in vigore della legge vengano approvati con delibera di Giunta gli indirizzi localizzativi. In pratica, chi investe nell’accumulo autonomo naviga ancora a vista, senza sapere dove potrà posizionare le batterie né con quali vincoli.

Emendamenti e retromarce

Mentre i tecnici calcolano l’impatto delle percentuali, in Consiglio regionale si combatte a colpi di emendamenti. Secondo quanto riferisce il consiglio regionale, finora sono stati presentati 54 emendamenti al testo. La partita è tutt’altro che chiusa. Il consigliere Fabio Isnardi ha ritirato una sua precedente proposta di legge, la numero 55, che puntava a restringere ulteriormente i limiti sull’agrivoltaico, ma è tornato alla carica insieme a Giulia Marro (AVS) chiedendo di introdurre controlli più severi sui sistemi di accumulo e sulla selezione delle colture da integrare sotto i pannelli fotovoltaici. La direzione è chiara: restringere ancora le maglie, non allargarle.

Il punto è che ogni irrigidimento normativo ha un costo reale. Per un’azienda agricola che investe in un impianto agrivoltaico da 200-300 kilowatt, la differenza tra un iter semplificato e uno ordinario può tradursi in un anno o più di attesa e in costi di progettazione e consulenza che lievitano facilmente del 30-40 per cento. Se a questo si aggiunge l’incertezza su quali colture saranno ritenute compatibili con i pannelli, il rischio percepito da banche e investitori sale, e con lui i tassi di finanziamento. Alla fine, a rimetterci potrebbero essere sia l’ambiente — perché meno rinnovabili installate significano più emissioni — sia il portafoglio di agricoltori e cittadini piemontesi.

Il paradosso è che proprio il Piemonte, con la sua tradizione industriale e la presenza di distretti energetici rilevanti, avrebbe le competenze tecniche e la domanda elettrica per assorbire una quota significativa di nuova generazione distribuita. Invece, tra vincoli percentuali, clausole di ripristino e incertezze regolatorie, la strada verso le rinnovabili in agricoltura si sta restringendo. Per chi vive o investe in regione, il consiglio pratico è uno solo: prima di mettere mano al progetto, verificare con il proprio Comune e con gli uffici regionali se la propria superficie rientra nelle aree idonee. Scoprirlo dopo aver commissionato uno studio di fattibilità può costare caro.