L’idrogeno verde prodotto a Trecate e Bolzano costa ancora più delle alternative fossili

L’ultima bolletta energetica della tua officina ti ha fatto venire il mal di testa. Poi leggi di «Hydrogen Valley» e pensi: e a me che cosa cambia? In realtà, qualcosa si muove. Tra il 19 e il 25 giugno, due progetti hanno acceso i motori in Italia, e non sono slide PowerPoint. Sono elettrolizzatori, tubi, contatori che girano. Secondo l’analisi pubblicata da QualEnergia, la Hydrogen Valley del Nord-Ovest e la Hydrogen Adige Valley sono le prime due iniziative finanziate dal Pnrr a essere ufficialmente inaugurate. Due esperimenti concreti in un Paese che, sull’idrogeno, finora aveva prodotto più dichiarazioni che chilogrammi.

Due valli, 820 chili di idrogeno al giorno

Partiamo dai numeri, che sono l’unico antidoto alla retorica. Il 19 giugno, presso la raffineria Sarpom di Trecate, in provincia di Novara, è stato inaugurato il progetto Hydrogen Valley del Nord-Ovest. Lì è stato installato un elettrolizzatore da 4 MW in grado di generare 460 kg di idrogeno al giorno. Meno di una settimana dopo, il 25 giugno, a Bolzano è stata presentata formalmente la Hydrogen Adige Valley: una nuova società di scopo creata dalle due aziende in house della Provincia autonoma — Sasa per i trasporti pubblici e Alperia per l’energia — con un impianto da 2 MW a Bolzano sud che produrrà almeno 360 kg di idrogeno verde al giorno, destinati alla flotta Sasa e a due stazioni di rifornimento alimentate con carri bombolai.

Somma veloce: 820 chili di idrogeno pulito al giorno. Non è una cifra teorica: sono chili che servono ad autobus, a processi industriali, a qualcosa di misurabile. L’investimento complessivo del Pnrr per questa linea — la missione 2, investimento 3.1 — è di 500 milioni di euro, distribuiti su 54 soggetti selezionati. Due di questi hanno appena acceso gli interruttori. Numeri che fanno impressione. Ma basteranno a far scendere la bolletta? Non proprio.

La doccia fredda dell’Agenzia internazionale dell’energia

Lo sa bene l’Agenzia internazionale dell’energia, che il 18 giugno — tre giorni prima dell’inaugurazione di Trecate — ha pubblicato il suo rapporto Global Hydrogen Review 2026. Il messaggio di fondo è scomodo: la diffusione globale dell’idrogeno pulito è rallentata da quattro ostacoli persistenti. Costi elevati, innanzitutto: produrre idrogeno verde resta più caro delle alternative fossili, e i meccanismi di sostegno sono ancora frammentati. Domanda incerta: le imprese che dovrebbero usarlo — acciaierie, chimica, trasporto pesante — non si stanno convertendo alla velocità sperata, perché il prezzo non scende e le regole non sono chiare. Normative complesse: ogni Paese fa da sé, manca uno standard unico sulle garanzie d’origine, e questo frena gli scambi transfrontalieri. Infine, mancanza di infrastrutture: puoi produrre tutto l’idrogeno che vuoi, ma se non hai tubi, stazioni di rifornimento e capacità di stoccaggio, non lo consegni a nessuno.

L’Agenzia non è pessimista per partito preso: sta fotografando una realtà in cui l’offerta annunciata di idrogeno pulito supera di gran lunga la domanda reale. Nel 2025 la capacità produttiva globale è cresciuta molto sulla carta, ma i progetti che arrivano alla decisione finale d’investimento — quelli con le ruspe in movimento — sono ancora pochi. Le due valli italiane, per quanto simboliche, rientrano in questa minoranza. Sono eccezioni in un panorama dove l’idrogeno verde fatica a trovare clienti disposti a pagare il sovrapprezzo rispetto al diesel o al metano.

Il punto, per chi spera in una svolta rapida, è proprio qui: l’idrogeno pulito è ancora un animale raro e costoso. Non lo trovi al distributore sotto casa, non lo usi per scaldare il capannone, non conviene quasi mai rispetto a una pompa di calore o a un impianto fotovoltaico con accumulo. Le Hydrogen Valley dimostrano che la tecnologia funziona, ma l’economia non tiene ancora il passo. E quando la domanda è incerta, i prezzi non scendono; quando i prezzi non scendono, la domanda resta incerta. È il classico circolo vizioso che l’IEA descrive con il linguaggio diplomatico di un rapporto ufficiale.

Quindi, conviene crederci?

Davanti a questi ostacoli, la tentazione di voltare pagina è forte. Eppure, proprio mentre l’IEA frena, l’Europa accelera. Lo scorso gennaio, il Ministero federale dei Trasporti tedesco ha lanciato un bando per la costruzione di una rete iniziale di stazioni di rifornimento di idrogeno per veicoli pesanti, segno che la Germania punta a creare l’infrastruttura che manca. L’Europa nel suo complesso ospita il 29% delle startup globali nel settore dell’idrogeno sostenibile — 163 imprese censite — secondo il rapporto Energy&Strategy del PoliMi. Significa che il capitale umano e l’innovazione sono in buona parte qui, a un passo dalle nostre zone industriali.

Per un imprenditore che oggi guarda la bolletta e si chiede se ne vale la pena, la risposta onesta è: per i prossimi tre-cinque anni, i benefici diretti per cittadini e piccole imprese saranno limitati. L’idrogeno non è una soluzione domestica, né un modo per tagliare subito i costi energetici di un’officina o di un ristorante. Ma chi ha un’attività energivora — logistica pesante, industria manifatturiera, trattamento termico — farebbe bene a non perdere di vista i bandi Pnrr: i 500 milioni stanziati per le Hydrogen Valley potrebbero aprire porte insperate, finanziando impianti di produzione dedicati o stazioni di rifornimento private. La transizione all’idrogeno è una maratona, non uno sprint. I due impianti di Trecate e Bolzano sono i primi chilometri corsi: non abbassano ancora la bolletta di nessuno, ma dimostrano che il percorso esiste. Chi si informa adesso, quando la folla è ancora poca, ha un vantaggio di sei-dodici mesi su chi aspetterà i titoli dei giornali.