79 esperti e 5.000 riferimenti a Manchester 2026, ma meno dell’1% delle aziende divulga i propri impatti

A oltre due mesi dalla pubblicazione, il dato che dovrebbe far rumore non è il rapporto in sé, ma la distanza tra la sua autorevolezza – sei lingue ufficiali, oltre 5.000 riferimenti – e la realtà che fotografa: meno dell’1% delle aziende divulga rischi e impatti sulla biodiversità. La Business and Biodiversity Assessment dell’IPBES, la valutazione metodologica dell’impatto e della dipendenza delle imprese dalla biodiversità e dai contributi della natura alle persone, è stata approvata a Manchester nel febbraio 2026; la versione impaginata del rapporto completo è stata resa disponibile sul sito web dell’IPBES il 3 agosto scorso, con la sintesi per i decisori tradotta in tutte e sei le lingue ufficiali delle Nazioni Unite.

Cinque mila riferimenti, sei lingue, una domanda inevasa

Prima di arrivare ai numeri, serve capire da dove vengono. La Business and Biodiversity Assessment non è una presa di posizione: è una sintesi metodica durata tre anni, frutto del lavoro di 79 esperti provenienti da 35 paesi e di oltre 5.000 riferimenti, accettata durante la dodicesima sessione plenaria dell’IPBES tenutasi dal 3 all’8 febbraio 2026. La sintesi per i decisori, approvata in quella sede, è ora disponibile in tutte le lingue ufficiali dell’ONU.

Dietro il lavoro ci sono figure come Matt Jones, Chief Impact Officer di UNEP-WCMC e co-chair della valutazione, e Sharon Brooks, Head of Nature Economy dello stesso centro e coordinating lead author del capitolo 4. Ma la forza scientifica non basta se poi il sistema finanziario corre nella direzione opposta.

Il buco nero dei 7,3 trilioni

E infatti i numeri raccontano esattamente questo: soldi che finanziano la distruzione e aziende che non rendono conto. Nel 2023, i flussi finanziari globali pubblici e privati con impatti direttamente negativi sulla natura sono stati stimati in 7,3 trilioni di dollari: 4,9 trilioni venivano dalla finanza privata, mentre circa 2,4 trilioni erano spesa pubblica in sussidi dannosi per l’ambiente. La disaggregazione mostra la scala del problema: la componente privata pesa quasi il doppio di quella pubblica, e in entrambi i casi si tratta di denaro che produce esternalità negative sulla natura senza che il sistema le preveda o le misuri.

Il dato più significativo, però, arriva dal lato della trasparenza. The Biodiversity Consultancy segnala che meno dell’1% delle aziende che redigono report divulga i rischi o gli impatti sulla biodiversità. In pratica, il sistema finanziario muove migliaia di miliardi in una direzione e quasi nessuno è tenuto a rendere conto dell’impatto. È questo il buco nero che il rapporto mette a fuoco: non manca la conoscenza, manca l’obbligo – o la volontà – di misurarsi.

Il problema non è accademico. Se i flussi dannosi continuano a muoversi senza disclosure, ogni strategia di sostenibilità rischia di restare un esercizio di facciata. La domanda che il rapporto lascia aperta è: cosa possono usare oggi le imprese per invertire la rotta?

Tre strumenti per uscire dal labirinto

La risposta non è un singolo standard, ma un insieme di strumenti che si stanno affiancando. Il primo, sul piano delle regole, è il Target 15 del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, che chiede alle grandi aziende e alle istituzioni finanziarie transnazionali di monitorare, valutare e comunicare in modo trasparente rischi, dipendenze e impatti sulla biodiversità lungo operazioni, catene di fornitura e portafogli.

Sul piano della rendicontazione, la Taskforce on Nature-related Financial Disclosures (TNFD) offre un quadro standardizzato per comunicare agli investitori i rischi e le opportunità legati alla natura. Sul piano degli obiettivi, Science Based Targets for Nature (SBTN) fornisce un processo in cinque fasi per definire obiettivi scientificamente fondati su terra, acqua e biodiversità. Sono strumenti operativi, non dichiarazioni di principio: il punto è se basteranno a spostare 7,3 trilioni di dollari.

Il rapporto IPBES non è un punto di arrivo ma un metro. La partita vera si gioca sui flussi finanziari che oggi alimentano la distruzione della natura e sulla capacità delle imprese di usare strumenti come TNFD e SBTN per allinearli. La base scientifica c’è, in sei lingue e con migliaia di riferimenti; quello che manca è il segnale che il mercato non può più permettersi di ignorare i 7,3 trilioni.