La Toscana produce il 79,4% delle rinnovabili da geotermia, ma le sezioni di Italia Nostra contestano la proroga delle concessioni

Nel 2024, il 79,4% della produzione da rinnovabili della Toscana è arrivato dalle fonti geotermiche: quasi quattro quinti dell’elettricità pulita regionale nascono dal sottosuolo. Eppure, a fine gennaio 2025, numerosi consiglieri nazionali di Italia Nostra, il consiglio regionale per tutte le sezioni toscane, la sezione Maremma Toscana e la sezione Siena hanno inviato lettere di dissenso al presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani. Centinaia di cittadini, associazioni e imprenditori hanno fatto lo stesso. Il paradosso è solo apparente: la leadership geotermica toscana è solida sul piano tecnico, ma fragile sul piano della legittimazione.

Il gigante che non vedi: i numeri dell’Amìata

La Toscana è diventata il centro della geotermia mondiale, a Larderello e sul monte Amiata. Enel Green Power ha installato nel corso degli anni centrali per una potenza complessiva di 916 MW in regione. Sul solo Monte Amiata sono attive cinque centrali Enel che producono un sesto dell’intera produzione italiana di energia geotermica. Eppure il fronte dell’espansione non si è fermato: Enel aveva in progetto, a inizio 2025, altre quattro nuove centrali per una potenza complessiva di 80 MW, mentre investitori privati puntavano ad altre quattro centrali per 25 MW da realizzare nei prossimi anni.

Questi numeri spiegano perché le lettere arrivate a Giani non possano essere liquidate come un episodio marginale: chi contesta non si confronta con un impianto isolato, ma con un distretto produttivo che cresce. I megawatt, però, non raccontano il consenso. Chi vive accanto agli impianti vede un’altra storia.

La frattura: un no procedurale, non ideologico

Il 30 gennaio 2025 le sezioni toscane, la sezione Maremma Toscana e la sezione Siena di Italia Nostra inviarono lettere di dissenso a Eugenio Giani. Nelle lettere, come ricostruito da Italia Nostra, si dichiara con grande determinazione e in modo unanime il loro NO a imposizioni calate dall’alto e mai condivise con le popolazioni locali. Mariarita Signorini, vicepresidente di Italia Nostra Toscana, ha spiegato che la sezione regionale segue la questione fin dai suoi esordi e ha aderito «a questa giusta battaglia in difesa del territorio, del paesaggio, dei beni comuni e della salute».

Il punto non è la tecnologia. Gianpiero Giglioni lo ha messo in chiaro: «le ragioni sono procedurali. Nel senso che è mancata una reale condivisione con la cittadinanza, una mancanza di equità territoriale». La contestazione, cioè, non nega i numeri dell’energia geotermica ma denuncia un processo calato dall’alto. Sullo sfondo c’è la proroga delle concessioni che la Giunta regionale toscana aveva appena approvato in quei mesi: un passaggio amministrativo che per i territori è arrivato senza un nuovo patto di condivisione.

La domanda che resta aperta, a oltre un anno e mezzo di distanza, è se una proroga concessoria possa reggere senza ricostruire quel patto. Il dissenso amiatino non si presenta come rifiuto della decarbonizzazione, ma come richiesta di essere ascoltati prima di scavare.

Il dopo-lettere: soldi, dati e arsenico

Il dissenso non è solo simbolico. Si intreccia con flussi economici: per gli attuali 16 Comuni geotermici della Toscana sono previsti 30 milioni di euro all’anno per contributi sulla produzione energetica. E si intreccia con la credibilità dei controlli ambientali. Secondo Arpat, i dati su Pas e Paf sono tendenzialmente allineati a quelli di Enel; sempre secondo Arpat, per tutti i parametri e le tre matrici non sono stati registrati valori anomali, esclusi forse i dati di arsenico di novembre e dicembre 2016 per il PZ4.

Quell’anomalia, emersa quasi un decennio fa, non sposta la valutazione generale di Arpat, ma è un promemoria: la fiducia nei controlli si costruisce sulla trasparenza puntuale, non solo sulle medie. Resta da capire se i 30 milioni di euro all’anno basteranno a ricucire il rapporto con i sedici Comuni geotermici. I flussi di contributi, da soli, non equivalgono a una condivisione.

La geotermia toscana non è a rischio per la tecnologia, ma per la procedura. Senza una reale condivisione, ogni nuovo pozzo allargherà la frattura tra decarbonizzazione e territori che chiedono di essere ascoltati.