Dal 2025 il partito ha quasi cancellato due parole dal vocabolario, ma i sondaggi raccontano altro

Due mesi fa, mentre il Congresso andava in pausa, una coalizione di gruppi ambientalisti ha lanciato una campagna in almeno 20 Stati. L’obiettivo era far tornare i democratici a dire due parole: «cambiamento climatico». Dal 2025 il partito le ha quasi cancellate dal vocabolario, sostituendole con «accessibilità energetica». Peccato che, secondo i sondaggi, il 61% degli elettori veda eventi estremi più frequenti e due terzi siano preoccupati per il riscaldamento globale. Il silenzio dem non è prudenza: è un paradosso che i numeri smentiscono.

La strategia del silenzio

Per capire la campagna di agosto bisogna partire dal silenzio che l’ha provocata. I democratici hanno ridotto drasticamente le menzioni del cambiamento climatico dal 2025, spostando il discorso sull’accessibilità energetica. Non è un caso: ha pesato l’influenza di chi, dentro e fuori dal partito, consigliava di abbassare i toni sul clima per non spaventare gli elettori dei distretti contendibili. La logica è lineare: meno attenzione sul clima, meno rischi elettorali. Ma è una logica mai verificata.

Per definirli esiste già un termine: «climate husher». «C’è una cosa là fuori chiamata “climate husher”», si legge in un’analisi di Inside Climate News. Il senso è che chi pensa che i democratici dovrebbero smettere di parlare di clima andrebbe ignorato, perché l’inquinamento da combustibili fossili continua a danneggiare i sistemi naturali della Terra. L’ironia è che la premessa del silenzio — che il clima sia un tema perdente — non è mai stata verificata. Anzi.

I numeri che smentiscono i «climate hushers»

I dati raccolti tra giugno e luglio ribaltano la premessa del silenzio. Secondo la ricerca della University of California, Santa Barbara pubblicata lo scorso luglio, enfatizzare il cambiamento climatico è risultato neutro o benefico per i candidati democratici: parlarne di più non allontana gli elettori e può persino aumentare il sostegno nelle gare competitive. Un altro sondaggio di luglio, condotto da Data for Progress, ha rilevato che il 61% degli elettori probabili ritiene che gli eventi meteorologici estremi siano diventati più frequenti negli ultimi cinque anni, inclusa quasi la metà dei repubblicani. E un mese prima, a giugno, un sondaggio di Yale stimava che circa due terzi degli americani sono preoccupati per il riscaldamento globale. Tre rilevazioni, tre metodologie diverse, stesso segnale: il clima non è il tabù che i consulenti raccontano.

Poi c’è il dato più diretto per chi fa campagna elettorale. Nel sondaggio di settembre sugli Stati in bilico per il Senato, gli elettori probabili hanno detto con un rapporto di 3 a 1 di volere più tempo dedicato al clima e all’inquinamento: 59% contro il 17% che ne vorrebbe meno. In confronto, il 23% vuole che i politici parlino meno di immigrazione e confine, e il 28% vuole sentire parlare meno di aborto. Il confronto scioglie ogni dubbio residuo: il clima è il tema su cui gli elettori chiedono più discussione, non meno. Per i democratici, parlarne non è solo neutro dal punto di vista elettorale: può essere un vantaggio, soprattutto nelle gare dove ogni punto conta.

La campagna e la posta in gioco

Ecco perché lo scorso agosto i gruppi hanno portato la battaglia nei distretti. Gli eventi, previsti nell’arco di un mese durante la pausa estiva di Camera e Senato, hanno mobilitato sezioni locali del Sierra Club, l’organizzazione per la terza età Third Act e affiliati locali del NAACP. In Michigan i partecipanti hanno manifestato contro il rappresentante repubblicano Bill Huizenga, che ha votato per il cosiddetto «big beautiful bill» di Trump, il provvedimento che ha incrementato i combustibili fossili che riscaldano il pianeta.

Di fronte c’è una leadership democratica che, almeno sulla carta, ha già qualcosa da raccontare. Nel documento del Comitato nazionale democratico sullo Zero Emissions Day si trovano l’impegno a raggiungere emissioni nette zero in tutta l’economia entro il 2050 e il Bipartisan Infrastructure Deal, descritto come il più grande investimento nella trasmissione di energia pulita nella storia. Il che rende il silenzio ancora più difficile da spiegare: la piattaforma c’è, i numeri ci sono, la base si sta muovendo. Resta da vedere se i democratici ascolteranno i numeri o se il silenzio durerà fino al voto di medio termine a novembre.

Ora la palla è nel campo dei leader democratici: continueranno a evitare la parola clima, o accetteranno che il silenzio è la vera scommessa perdente?