Le restrizioni scattano quando l’acqua supera i 20 gradi, una soglia che mette a rischio i pesci e un’intera economia

Immaginate una mattina di agosto sul fiume Yellowstone: il termometro segna già 25 gradi prima delle nove e un cartello appena aggiornato vieta la pesca. Per molti pescatori del Montana non è una sorpresa: secondo i funzionari del parco, Yellowstone ha limitato la pesca per le alte temperature dell’acqua in cinque degli ultimi sei anni. Eppure in paese c’è chi si chiede se non sia esagerato. I numeri raccontano una storia diversa. All’inizio di agosto, il Colorado ha imposto restrizioni estive sulla pesca in 19 fiumi per un totale di 635,5 miglia, poco più di 1.000 chilometri,
una situazione che i funzionari statali definiscono senza precedenti.

Chiusure esagerate? Il dubbio di fine estate

Di fronte a un cartello di divieto, la domanda sorge spontanea: servono davvero chiusure totali della pesca? O è allarmismo di fine stagione? Per capirlo bisogna smettere di guardare solo il termometro dell’aria e guardare cosa succede sott’acqua, nei dati raccolti dagli stessi biologi che devono decidere se vietare o meno la pesca.

Cosa succede quando l’acqua supera i 20 gradi

La soglia non è un’opinione: sopra i 20 gradi centigradi l’acqua diventa pericolosa per i pesci. Le restrizioni e le chiusure sono state necessarie durante un periodo di bassi flussi d’acqua e alte temperature superiori a 20 gradi centigradi che possono essere letali. Nel caso dei fiumi interessati, i divieti totali sono scattati il 15 luglio e sono stati ridotti a restrizioni parziali il 28 agosto, quando le condizioni sono migliorate.

Non si tratta di un singolo episodio. Le chiusure della pesca sono diventate molto comuni nell’ultimo decennio, quasi una routine da fine giugno a inizio settembre, come ha spiegato il biologo Adam Strainer, amministratore della divisione pesca del Montana Fish Wildlife and Parks. Già nel 2016, le autorità faunistiche chiusero 183 miglia, circa 295 chilometri, del fiume Yellowstone alla pesca, al rafting e ad altre attività per impedire la diffusione di un parassita sospettato di aver ucciso decine di migliaia di pesci nell’acqua bassa e calda.

Il motivo per cui il problema sta peggiorando è fisico, non burocratico. Uno studio dell’anno scorso ha rilevato che le ondate di calore fluviali stanno diventando sempre più frequenti nelle aree dominate dalla neve come il nord degli Stati Uniti e le Montagne Rocciose, come ha spiegato Li Li, professoressa di ingegneria civile e ambientale alla Pennsylvania State University e coautrice dello studio. I fiumi si stanno riscaldando più rapidamente dell’aria sopra di loro, e nelle Rockies e nel Northeast gli aumenti sono tra i più ripidi, in parte perché i manti nevosi, che un tempo alimentavano i corsi d’acqua con acqua fredda costante, si stanno riducendo.

Nel Montana le regole sono chiare: quando le condizioni peggiorano oltre gli obiettivi volontari di conservazione, le restrizioni statali alla pesca vengono implementate e fatte rispettare da Montana Fish, Wildlife and Parks. Possono essere attivate da alte temperature dell’acqua, bassi flussi o entrambi.

Non è solo un problema di canne da pesca

Dietro ogni chiusura ci sono guide, negozi, comunità. La pesca alla trota è un’economia, non un passatempo pomeridiano. Secondo lo studio, nel tempo il Montana potrebbe perdere quasi 200 milioni di dollari all’anno in entrate da pesca, pari a circa il 30% della sua attuale economia della pesca alla trota.

Per chi vive di fiume, l’estate non sarà più la stessa: conviene guardare ai dati di portata e temperatura come si guardano alle previsioni meteo, e prepararsi a stagioni più corte e meno prevedibili. Le chiusure non sono più un incidente eccezionale, ma una variabile strutturale del calendario. La scelta, tra divieto e riapertura, dipende ormai da numeri che cambiano settimana dopo settimana.