Reattore ungherese al 12%, idroelettrico austriaco al 51%.

A fine luglio, il reattore nucleare di Paks, a sud di Budapest, viaggiava intorno al 12 per cento della capacità. Non per un guasto: il Danubio era troppo basso e troppo caldo per fornire acqua di raffreddamento sufficiente. La siccità del 2026 aveva già spento i fiumi e con loro una fetta del sistema elettrico europeo. Il quadro emerge da un’analisi sulla “estate nera” dell’idroelettrico e dai dati raccolti nei giorni successivi.

Un reattore al 12% e fiumi dimezzati

Il caso di Paks non era isolato. Secondo i dati di Montel citati da Euronews, in luglio la produzione idroelettrica austriaca è stata pari al 51 per cento dei livelli normali rispetto agli ultimi quindici anni. La Svizzera si è fermata al 48 per cento, la Germania al 63 e la Francia al 68. Non si tratta di cali assoluti, ma di uno scarto rispetto alla norma storica: i bacini alpini e i grandi corsi d’acqua del continente hanno prodotto molto meno di quanto il sistema elettrico avesse prezzato.

Dietro questi numeri c’è un meccanismo semplice: meno acqua nei fiumi e nei bacini significa meno energia idroelettrica. Ma non è solo l’idroelettrico a soffrire. Il 12 per cento di Paks mostra che anche il nucleare è esposto allo stesso vincolo: se il livello di un fiume scende e la temperatura sale, la capacità deve essere ridotta. Quando i grandi fiumi si prosciugano, il colpo arriva su più fronti allo stesso tempo.

La siccità non è un incidente: è un moltiplicatore

Il 12 per cento di Paks non è un guasto isolato: è il sintomo di una dipendenza strutturale. Il raffreddamento delle centrali nucleari e termoelettriche passa dai fiumi; se l’acqua manca, la produzione deve scendere. Il commento pubblicato il 3 agosto sul pezzo di Vaielettrico lo ha sintetizzato con precisione: “Con i grandi fiumi a secco giù l’idroelettrico, giù il nucleare, giù il termoelettrico”.

A rendere il quadro più fragile è il fatto che non serve una combinazione di eventi eccezionali. “Praticamente una tempesta perfetta ma causata da un unico fattore”, ha aggiunto lo stesso commentatore, precisando che non si può nemmeno parlare di una concomitanza di cause difficilmente prevedibile. La siccità, da sola, è sufficiente a colpire contemporaneamente le fonti termiche e idrauliche.

L’Europa aveva già visto qualcosa di simile. Già nel 2022, durante la crisi idrica nel bacino del Po, più di 6 milioni di persone erano soggette a restrizioni sull’uso dell’acqua. Allora l’emergenza aveva colpito soprattutto l’Italia settentrionale; nel 2026 il fenomeno si è allargato al Danubio e ai bacini alpini. La differenza è che questa volta la pressione si è spostata in modo evidente anche sul sistema elettrico.

Il paradosso del sole e la domanda sul blackout

La risposta è arrivata, in parte, dal cielo: non dalla pioggia, ma dal sole. Nelle ondate di calore di giugno e luglio, la produzione solare è stata fino al 17 per cento superiore rispetto agli altri giorni, secondo un’analisi di Ember. Questo aumento ha contribuito a stabilizzare le reti mentre le altre fonti erano in difficoltà. È il paradosso della siccità: lo stesso caldo che prosciuga i fiumi spinge il fotovoltaico. Ma il paradosso non rimuove il rischio. La domanda che il commento del 3 agosto lasciava aperta resta intera: quanto siamo distanti dal blackout?

Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi è il 51 per cento dell’idroelettrico austriaco di luglio. Se i bacini alpini non recuperano in autunno, l’inverno europeo parte con un margine di riserva più sottile di quanto i mercati abbiano prezzato.