Studio del Joint Research Centre: quasi tutti usano software generici, ma le tecnologie specifiche per la produzione restano poco diffuse

Controlli le previsioni meteo dallo smartphone, paghi la fattura del trattore con l’home banking, ma appena esci dalla stalla il segnale sparisce. Ti suona familiare? È il paradosso quotidiano di chi coltiva in Europa: connesso in ufficio, scollegato nel campo. Uno studio del Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea, intitolato “The state of digitalisation in EU agriculture: Insights from farm surveys”, diffuso a inizio agosto, offre un quadro aggiornato su come la tecnologia sta cambiando l’agricoltura europea. A guardarlo bene, il quadro è più contraddittorio di quanto sembri.

Connessi in ufficio, scollegati nel campo

Il luogo comune dell’agricoltore restio al digitale non regge ai numeri. Il 93% degli intervistati ha dichiarato di utilizzare almeno uno strumento informatico o software. Potrebbe sembrare il trionfo della modernizzazione. Ma il dettaglio successivo smonta l’ottimismo: gli strumenti informatici generici — posta elettronica, bollettini meteo, fatturazione elettronica — sono ormai diffusi come il telefono; le tecnologie più costose e specifiche per la produzione vegetale o zootecnica, invece, viaggiano a velocità molto più bassa. In altre parole, quasi tutti usano un software, ma pochi hanno in stalla o in campo la tecnologia che aumenta davvero la produttività. Se quasi tutti sono connessi in ufficio, perché la produttività digitale resta ferma? La risposta sta nei dettagli dei dati.

Cosa nascondono i numeri del JRC

Il Joint Research Centre ha raccolto 1.444 interviste in nove Paesi europei — Germania, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Italia, Lituania, Ungheria e Polonia — tra giugno e ottobre 2024. Non è un campione enorme, ma è sufficiente per vedere la frattura. Da un lato c’è l’adozione di base: il 93% usa almeno uno strumento informatico. Dall’altro, le tecnologie specifiche per la produzione vegetale o zootecnica restano meno diffuse proprio perché costano di più e richiedono una connettività che spesso non c’è.

Il dato sulle aspettative è quasi più interessante: il 76% degli intervistati prevede che la digitalizzazione porterà benefici economici. Non sono agricoltori che rifiutano la tecnologia: sono agricoltori che ne vedono il ritorno economico ma non sempre hanno le condizioni per ottenerlo. E qui arrivano i problemi di rete. Oltre un terzo degli intervistati ha valutato la copertura attuale come scarsa o molto scarsa; le zone morte restano l’ostacolo più segnalato. Nelle operazioni quotidiane gli utenti descrivono connessioni inaffidabili, capacità di caricamento limitata, ricezione debole negli edifici e stabilità di rete insufficiente. In pratica: il software c’è, il trattore c’è, ma tra i due manca il filo invisibile.

L’obiettivo dichiarato della PAC 2023-27 è modernizzare l’agricoltura e le aree rurali attraverso conoscenza, innovazione e digitalizzazione. E infatti, secondo quanto diffuso dalla Commissione, più di 274.000 aziende agricole dovrebbero essere supportate da tecnologie digitali per adattarsi ai nuovi sviluppi. Il problema è che il supporto non arriva dove manca l’infrastruttura di base: un’antenna non si sostituisce con un algoritmo. E se il 76% degli agricoltori si aspetta benefici economici, chi li raccoglierà davvero? I dati sugli investimenti complicano il quadro.

L’IA arriva, ma il segnale no

Lo scorso luglio la Commissione europea ha riunito 180 esperti nel primo dialogo settoriale strutturato nell’ambito della strategia Apply AI, per capire come l’intelligenza artificiale affidabile possa rafforzare competitività, sostenibilità e resilienza in agricoltura. Nel frattempo i capitali corrono: secondo AgFunder, nel 2025 l’Europa era la più grande fonte mondiale di deal flow nell’agrifoodtech, con il 41% di tutte le transazioni globali a fine settembre. Cinque mercati europei — Regno Unito, Spagna, Germania, Francia e Italia — figurano tra i primi dieci al mondo per volume di finanziamenti, con 1,61 miliardi di dollari raccolti nel 2025.

Il contrasto è il cuore del problema. Da una parte l’Europa discute di intelligenza artificiale e attrae capitali come nessun’altra regione al mondo. Dall’altra, oltre un terzo degli agricoltori dice di convivere con zone morte e connessioni inaffidabili. Le tecnologie costose e specifiche per la produzione vegetale o zootecnica, quelle da cui dipende l’aumento di produttività, servono a poco se il segnale non arriva alla stalla o se la connessione si interrompe in mezzo al campo. Il rischio è che il dialogo sull’IA resti sospeso sopra una campagna che non ha ancora risolto il problema della copertura.

Prima di credere alla prossima promessa tecnologica, chi governa e chi coltiva dovrebbe chiedersi: in quel campo, il segnale arriva? La transizione digitale in agricoltura passerà da antenne e costi accessibili, non solo da algoritmi. Finché la risposta sarà no, i 180 esperti dell’IA e i 1,61 miliardi di capitale rischiano di restare un’altra metà della storia.