C’è una domanda che, dopo il 2025, è rimasta sospesa in molte riunioni in cui si discute di budget: se gli Stati Uniti cambiano rotta su clima ed energia, possiamo ancora contare su un unico centro? Lo scorso luglio GlobeScan e BSR hanno pubblicato un’analisi su dove prende forma la sostenibilità del futuro, costruita su un sondaggio online condotto tra aprile e maggio su 124 professionisti della sostenibilità, in aziende con ricavi annui di almeno un miliardo di dollari. La risposta spiazza: il baricentro si è già spostato.
Il dubbio che circola nei budget ESG
Per chi deve decidere, il dubbio non è astratto. Già nel 2025 il panorama della sostenibilità aziendale è stato plasmato da cambiamenti nelle politiche federali statunitensi su clima ed energia, dalla divergenza normativa tra giurisdizioni e da un crescente scrutinio pubblico e politico, come documenta il report del Conference Board basato su un sondaggio su 125 dirigenti aziendali responsabili di sostenibilità ed ESG in aziende statunitensi e multinazionali.
Per chi ogni anno deve motivare un budget ESG, l’effetto di quel 2025 è concreto: le politiche federali americane non sono più il riferimento stabile a cui agganciare le decisioni. Quando il quadro regolatorio si divide tra giurisdizioni e cresce lo scrutinio pubblico e politico, la risposta più comoda sarebbe rimandare. Ma rimandare ha un costo: restare scoperti proprio dove il baricentro si sta muovendo. E qui torna il dubbio: chi guadagna influenza, se gli Stati Uniti la perdono?
Il baricentro vero dei prossimi tre anni
La risposta non è un’opinione. Il sondaggio GlobeScan-BSR condotto tra aprile e maggio offre una direzione netta: quasi due terzi degli intervistati, il 62%, si aspetta che l’influenza dell’Asia-Pacifico cresca nei prossimi tre anni. Gli Stati Uniti vanno in senso opposto: il 43% prevede che la loro influenza sull’agenda della sostenibilità diminuisca, contro appena il 23% che si aspetta un aumento. Non è una divisione a metà: i pessimisti sull’America sono quasi il doppio degli ottimisti.
Questi numeri non sono isolati. Nel report State of Sustainable Business 2026 pubblicato lo scorso giugno, GlobeScan fotografa le priorità, gli investimenti e la misurazione della sostenibilità aziendale dal punto di vista dei professionisti, confrontando i cambiamenti con i benchmark del 2016: il 43% prevede un calo dell’influenza statunitense nei prossimi tre anni, il 62% una crescita di quella dell’Asia-Pacifico. Non è la fotografia di un anno particolare, ma il segnale di un movimento decennale.
E non si tratta solo di percezioni. Già a novembre 2025 il Guardian osservava che la Cina ha consolidato il suo ruolo di superpotenza dell’energia pulita: la competizione sulle tecnologie pulite non si gioca più soltanto nelle cancellerie occidentali. Se il dato è questo, la domanda diventa pratica: cosa cambia per chi deve impostare investimenti e strategie?
Bussola per chi decide adesso
Per chi deve tradurre questi numeri in decisioni, il punto non è prevedere ma adattarsi. Il 2025 ha già mostrato che la frammentazione normativa tra giurisdizioni e lo scrutinio pubblico e politico crescente non sono un passaggio transitorio. L’Asia-Pacifico va considerata una variabile competitiva, non uno scenario remoto: chi pianifica oggi guarda ai mercati dove la sostenibilità è già una variabile operativa, non un’opzione.
Non serve aspettare che Washington torni protagonista. Il nuovo campo da gioco è l’Asia-Pacifico e la frammentazione delle regole.




