Nel 2022 ucciso il ranger Anton Mzimba: il 29% dei ranger morti in servizio è vittima di omicidio
C’è un lavoro in cui, se vieni ucciso davanti alla tua famiglia, nessuno viene arrestato per quattro anni. Si chiama ranger. Lo scorso 31 luglio, in occasione della Giornata mondiale dei ranger, che ogni anno celebra chi lavora nel mondo naturale e commemora chi è stato ucciso o ferito in servizio, sono arrivati omaggi e messaggi di circostanza. La distanza tra quei messaggi e la realtà giudiziaria si può misurare con una storia precisa: quella di Anton Mzimba.
Quattro anni senza un colpevole
Il 26 luglio 2022 Mzimba è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco fuori dalla sua casa, per mano di due uomini, presumibilmente in collegamento con il suo lavoro contro il bracconaggio dei rinoceronti. L’appello raccolto sul sito del documentario dedicato alla sua storia usa parole più dure: Anton è stato assassinato davanti alla sua famiglia proprio per quel lavoro. Sono passati quattro anni e il caso è ancora aperto: nessun arresto. Già nel gennaio 2025 il giornale sudafricano Daily Maverick notava che l’indagine proseguiva senza alcun arresto. Nel frattempo, non è cambiato nulla. Un caso irrisolto, per quanto atroce, potrebbe essere un’eccezione. I numeri raccontano un’altra storia.
Il 29% che spiega tutto
Ma un caso irrisolto non basta a spiegare un sistema. Nei dodici mesi tra il 1º giugno 2025 e il 31 maggio 2026, secondo l’International Ranger Federation, si sono registrati almeno 147 morti di ranger in 40 paesi. Non sono numeri sparsi: nel comunicato diffuso per la giornata del 31 luglio, l’International Ranger Federation ha spiegato che gli omicidi hanno rappresentato il 29% di queste morti, diventandone la causa principale. In pratica, il modo più comune di morire per chi fa questo mestiere non è un incidente sul terreno: è essere ammazzato.
Il dato prende forma con gli episodi. Lo scorso 3 marzo, per esempio, un attacco di miliziani contro il quartier generale del parco nazionale di Upemba, nella Repubblica Democratica del Congo, ha lasciato a terra tre ranger e quattro civili. Non è una statistica astratta: sono posti di presidio che saltano, uno alla volta.
Poi c’è la conseguenza meno visibile. La mancanza di conseguenze per questi crimini, spiegano gli esperti che lavorano con i ranger, incide sul modo in cui chi è in servizio svolge il proprio mestiere e dissuade nuove reclute dall’entrare in una professione già rischiosa. Se quasi un terzo delle morti è un omicidio e per il caso Mzimba non ci sono arresti da quattro anni, la domanda non è più chi protegge i ranger, ma chi vorrà ancora farlo.
Il vuoto che resta quando nessuno paga
La domanda non riguarda soltanto chi indossa una divisa. Quando i crimini contro chi protegge la natura restano impuniti, il vuoto si allarga a valle: si indebolisce la sorveglianza delle aree naturali da cui dipendono territori e risorse, e il costo ricade su chi abita o lavora in quelle zone. Se uccidere un ranger non costa nulla, chi è disposto a farlo ha un motivo in meno per fermarsi.
La prossima volta che leggerete di un ranger ucciso, non chiedetevi solo cosa è successo, ma se qualcuno è stato arrestato. Se la risposta è no, non è una fatalità: è un conto che stiamo scegliendo di non pagare.




