Indice FAO a 131,1 punti a luglio 2026: cereali e oli risalgono, fertilizzanti attesi +31%
A ottobre, davanti allo scaffale dell’olio di semi e dei prodotti da forno, molti si chiedono perché i prezzi non accennino a scendere. La risposta arriva dai dati di luglio diffusi ai primi di agosto: secondo l’Indice FAO dei prezzi alimentari, a luglio 2026 l’indice ha registrato una media di 131,1 punti, lo 0,6% in più rispetto a giugno e l’1,0% in più rispetto allo stesso mese del 2025. Non è un balzo, ma è il segnale di una risalita che tocca due voci molto presenti nella spesa quotidiana.
Cereali e oli: i numeri che spingono il carrello
Secondo la FAO, l’Indice dei prezzi dei cereali è aumentato del 3,4% su giugno, invertendo il calo di maggio, e si è portato al 6,9% sopra il livello di luglio 2025. A spingere è soprattutto il grano: i prezzi globali sono saliti del 5,8% per le preoccupazioni sulle esportazioni dal Mar Nero e per l’impatto delle ondate di calore sui raccolti in diversi paesi produttori. Chi compra pane, pasta o prodotti da forno lo sta già vedendo sul cartellino: il costo della materia prima è tornato a muoversi verso l’alto.
Sugli oli vegetali il discorso è ancora più netto. L’Indice FAO degli oli vegetali è salito del 2,0% rispetto a giugno, toccando il livello più alto da giugno 2022. Per chi usa olio di semi in cucina o acquista prodotti trasformati, significa che la discesa attesa non è arrivata; al contrario, i prezzi alti di quattro anni fa tornano a farsi sentire. L’unica voce in controtendenza è quella delle carni: l’Indice FAO dei prezzi delle carni è diminuito del 2,8% rispetto al record di giugno, registrando il primo calo mensile dell’anno. È una finestra utile per chi vuole approfittare di un ribasso, ma non basta a compensare l’aumento di cereali e oli nel paniere complessivo.
Non è il 2022, ma il confronto inganna
Nel 2022 i prezzi alimentari aumentarono ben al di sopra della tendenza storica dopo l’invasione russa dell’Ucraina, come documentato dal Food Security Portal. Oggi i numeri non sono quelli: secondo i dati dell’Indice FAO, l’indice resta 24,3 punti, cioè il 15,1%, sotto il picco raggiunto a marzo 2022, pur essendo 7,4 punti (5,8%) più alto rispetto a un anno fa. Insomma, non siamo alla crisi piena, ma i prezzi non sono tornati alla normalità storica, e per i beni di prima necessità la differenza la sente chi riempie il carrello ogni settimana.
Il confronto con il 2022, però, può rassicurare troppo. La media globale nasconde fragilità geografiche già molto concrete, e quello che accade lontano arriva prima o poi anche sui nostri mercati.
Il conto vero si paga altrove, e poi arriva a noi
Secondo l’aggiornamento di fine maggio della Banca Mondiale, fino a 67 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare in Africa orientale e meridionale, con 14 località considerate a rischio carestia in Sudan. Nell’Africa occidentale e centrale, quasi 52,9 milioni di persone erano previste in condizione di insicurezza alimentare acuta durante la stagione magra tra giugno e agosto 2026. Sono cifre che non compaiono direttamente sullo scontrino, ma descrivono una domanda di cibo e aiuti che continuerà a premere sui mercati globali.
Qui entra il nodo dei fertilizzanti. Secondo il World Bank Commodity Markets Outlook di aprile 2026, i prezzi dei fertilizzanti aumenteranno in media del 31% nel 2026, peggiorando ai livelli di accessibilità più bassi dal 2022. Per le imprese alimentari italiane ed europee significa costi di produzione più alti lungo tutta la filiera: più caro concimare, più caro trasformare, più caro trasportare. Per le famiglie il messaggio è semplice: i rincari attuali di cereali e oli difficilmente si fermeranno a breve, perché il costo di produrre il cibo di domani sta già salendo.
Lo stesso World Bank Commodity Markets Outlook stima per il 2026 un indice dei prezzi alimentari in aumento di circa il 2%, con i cereali in crescita del 4% e oli e farine dell’8%. Non sono le impennate del 2022, ma sono aumenti che si sommano. Per chi fa la spesa conviene tenere d’occhio le promozioni su carne e prodotti alternativi; per chi gestisce un’impresa alimentare è il momento di rivedere i contratti di fornitura e le scorte di cereali e oli prima che i nuovi prezzi si consolidino. Il cerchio si chiude sulla spesa: anticipare i rincari è possibile, ignorarli no.




