L’associazione ambientalista contesta l’introduzione di nove esemplari di cinta senese in un’area protetta che ha appena eliminato i ratti
Su un’isola dove per anni si sono eliminati ratti, gatti, fagiani e pernici, alla fine di luglio è arrivata una proposta che suona come una battuta: portare nove maiali. Non è un paradosso da bar. È la discussione che da oltre due mesi divide Pianosa, l’isola dell’Arcipelago Toscano che negli ultimi anni è diventata un laboratorio di ripristino della biodiversità. A mettere i puntini sulle i è stata Legambiente Arcipelago Toscano, che ha bocciato l’idea di introdurre nove esemplari di cinta senese nell’area protetta: «Pianosa non può essere trasformata né in un allevamento di specie alloctone, né nel buen retiro per super-ricchi che qualcuno sembra avere in mente».
L’isola che aveva detto addio ai ratti (e ora pensa ai maiali)
Nata nel 1983 e tra le più importanti associazioni ambientaliste delle isole toscane, Legambiente Arcipelago Toscano non è una voce arrivata per caso. Pianosa si è guadagnata una reputazione da laboratorio di pulizia ecologica: negli anni passati, tra mille polemiche, dall’isola sono stati rimossi ratti, gatti, fagiani e pernici per riportarla alla sua biodiversità originaria. Per questo la richiesta di portare nove cinte senesi ha il sapore della contraddizione. Resta una domanda: perché parlare di specie invasiva se si tratta di maiali domestici, non di cinghiali selvatici? La risposta sta nella biologia e nei numeri.
Una specie, troppi danni: i numeri che spiegano il no
Il punto di partenza è zoologico. Cinghiali, maiali e cinte senesi appartengono alla stessa specie, Sus scrofa. Per Legambiente, quindi, non cambia nulla: introdurre la cinta senese a Pianosa significherebbe comunque far entrare una specie invasiva in un’area protetta dalla legge italiana e dalle direttive europee. Non è questione di criniera o di colore del mantello: è questione di DNA.
I numeri spiegano perché la cautela non è eccessiva. Secondo uno studio pubblicato su Scientific Reports, i cinghiali selvatici minacciano 672 taxa in 54 paesi del mondo; 14 specie sono state portate all’estinzione come risultato diretto dei loro impatti. Il dato smonta il luogo comune per cui un maiale allevato sarebbe innocuo per definizione: sotto il profilo ecologico, il problema non è l’etichetta di “domestico”, ma la specie.
Pianosa lo sa bene. Dal 2015 l’Ente Parco porta avanti un progetto per l’eradicazione del Ratto nero (Rattus rattus), con operazioni avviate nell’ambito del progetto Life “Resto con Life”. I risultati sono arrivati: dal giugno 2019 non è stata rilevata più traccia del roditore, e da allora valgono misure di biosicurezza per ridurre il rischio di ricolonizzazione. In pratica, l’isola ha appena chiuso una partita contro una specie invasiva; introdurne un’altra, per quanto addomesticata, obbliga a chiedersi se il gioco valga la candela.
Recinzioni, peste suina e una decisione che non è solo locale
Nel dibattito le posizioni si scaldano. Lo zoologo Luigi Boitani ha bocciato l’introduzione della cinta senese a Pianosa senza giri di parole: «Io penso che sia un’idea demenziale». C’è però anche un argomento tecnico che smorza l’allarme sanitario: la peste suina si trasmette per contatto diretto, non per via aerea, quindi basterebbero recinzioni efficaci — di norma una doppia recinzione — per proteggere gli animali. Sul piano della biosicurezza, insomma, il problema non è impossibile da gestire.
Ma la decisione non la prenderà né un bar né un sondaggio. Il nulla-osta per l’introduzione dei suini deve essere rilasciato dal Parco Nazionale sulla base di un parere ISPRA. E il precedente che arriva dagli Stati Uniti non aiuta a stare tranquilli: il National Park Service e The Nature Conservancy hanno avviato un programma per eradicare i maiali selvatici da Santa Cruz Island per salvare la volpe insulare in via di estinzione e nove piante rare. Altrove, quando una specie introdotta mette a rischio gli equilibri di un’isola, si è scelto proprio di eradicarla — l’opposto di quanto si propone per Pianosa. E stiamo parlando di un parco, quello dell’Arcipelago Toscano, che è uno dei soli tre in Italia a detenere la IUCN Green List: la coerenza, qui, è parte del patrimonio.
La partita su Pianosa non riguarda solo nove maiali. Mette alla prova la coerenza di un’isola che ha dedicato anni a eliminare specie invasive e la credibilità di un parco nazionale chiamato a dire se quella storia continuerà o cambierà direzione. Il prossimo passo non sarà una sentenza popolare, ma un parere tecnico: quello dell’ISPRA. Da lì il Parco dovrà partire per valutare se la biosicurezza può bastare. Tutto il resto, per ora, è discussione.




