La quota riguarda il lavoro nei campi, non la proprietà o le decisioni: il programma MSU è nato nel 2017
Il 66% non è una quota di mercato energetico né un tasso di interesse: è la percentuale di donne nella forza lavoro agricola africana, quasi 200 milioni di donne secondo una stima di UN Women. E mentre il mondo discute di energia, c’è un programma di scambio che porta due professionisti del Michigan esattamente lì dove quel 66% lavora, come il Professional Fellows Program della Michigan State University ha raccontato all’inizio di agosto.
Il dato non è una novità, ma va letto per quello che è: una quota di lavoro, non di controllo. Dice che quasi due terzi delle persone impegnate nei campi africani sono donne, non che due terzi delle aziende agricole siano guidate da donne o che due terzi delle decisioni sugli investimenti passino da loro. La distinzione conta, perché è qui che si inserisce lo scambio della MSU: non un intervento verticale, ma una presenza dentro un sistema a trazione femminile.
Il 66% che non ti aspetti
Il Professional Fellows Program non nasce come risposta a quel 66%. Ma il numero aiuta a capire perché due professionisti del Michigan siano finiti in Zimbabwe e Rwanda. La forza lavoro agricola africana è a maggioranza femminile, eppure raramente le donne sono al centro delle narrazioni. Un programma che porta competenze locali in Africa, e poi riporta indietro esperienze africane, non si limita a due persone: si inserisce in un tessuto dove il lavoro quotidiano è in gran parte femminile.
Cosa significa questo per il programma? Che ogni scambio, anche piccolo, ha un moltiplicatore: se chi riceve formazione o chi costruisce relazioni è soprattutto un pubblico femminile, l’effetto si propaga lungo filiere che già oggi sono nelle mani delle donne.
Due profili, un viaggio che inverte la rotta
E i volti questa volta sono due: Hillary Coleman e John Krohn. Coleman è urban farmer e manager di Hunter Park GardenHouse presso l’Allen Neighborhood Center di Lansing. Krohn è specialista in conservazione dei terreni agricoli presso il Dipartimento dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale del Michigan. Per entrambi, il viaggio in Zimbabwe e Rwanda è stato più di un viaggio internazionale: hanno partecipato alla componente di scambio reciproco del Professional Fellows Program del Dipartimento di Stato americano, amministrato dalla MSU.
Il contrasto è netto: da un lato l’agricoltura urbana di Lansing, dall’altro i terreni agricoli del Michigan; dall’altro ancora i contesti di Zimbabwe e Rwanda. Non sono due esperti di energia, ma due operatori del settore agricolo che per una volta vanno a osservare, non a insegnare.
Una rete di sei decenni (e un podcast)
Il punto non è il singolo viaggio, ma ciò che la MSU ha già costruito. Si appoggia su oltre sei decenni di collaborazione tra MSU e istituzioni africane per innovare soluzioni a sfide condivise. Dal 2017 la MSU collabora con università in Rwanda, Sudafrica, Zambia e Zimbabwe per implementare il Professional Fellows Program.
Il programma è finanziato dal Dipartimento di Stato statunitense, Bureau of Educational and Cultural Affairs, e implementato dalla Michigan State University in partnership con l’Università di Nairobi, la Sokoine University of Agriculture e la Makerere University. Dallo stesso programma è nato il podcast Bridging Boundaries. E non è un caso isolato: American Councils amministra il Professional Fellows Program per Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania, Moldova, Serbia, Turchia e Ucraina. La MSU, insomma, opera dentro una cornice più ampia, non da sola.
Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi non è il 66%, ma quanti dei progetti nati da questi scambi diventeranno collaborazioni permanenti tra Michigan e Africa. Non una morale: una curva da osservare.




