In tredici anni su 18 miliardi incassati solo 1,6 sono stati spesi per la transizione energetica

Tra il 2012 e il 2024, le aste delle quote di emissione del sistema ETS europeo hanno generato per l’Italia circa 18 miliardi di euro. Di questi, solo 1,6 miliardi — il 9% del totale — sono stati destinati a misure riconducibili alla transizione energetica e alla lotta ai cambiamenti climatici. Nel mondo degli impianti, un sistema con un’efficienza del 9% sarebbe fermo al palo, considerato un fallimento tecnico. Nella gestione dei fondi pubblici per il clima, invece, è il dato ufficiale con cui l’Italia si presenta al bilancio europeo.

L’efficienza negata: il 9% che non vedremo

Per capire la portata del dato, bisogna entrare nel meccanismo. Il sistema ETS — Emissions Trading System — è il mercato europeo del carbonio: le aziende comprano diritti a emettere CO₂, e i governi incassano i proventi delle aste. Il vincolo normativo è preciso: almeno il 50% di quei ricavi deve finanziare attività legate al clima e all’energia, dalla decarbonizzazione industriale all’efficientamento domestico. Fuori da quell’alveo, la destinazione è libera — e in Italia è stata decisamente ampia.

I numeri, disaggregati, sono ancora più netti. Secondo un’analisi di ECCO Climate, tra il 2012 e il 2023 le aste EU ETS hanno generato 15,6 miliardi di euro, e anche su quel perimetro temporale la quota spesa per il clima si è fermata al 9%. Significa che circa 14 miliardi di euro sono confluiti in capitoli di spesa che nulla hanno a che vedere con la decarbonizzazione. Il dato 2012-2024, che sale a 18 miliardi complessivi con 1,6 destinati alla transizione, conferma l’inerzia: anno dopo anno, la percentuale non si è mossa. La scelta di non allocare i fondi ETS al clima non è un incidente contabile, ma una costante politica.

Per chi conosce i costi reali degli interventi, 1,6 miliardi in tredici anni equivalgono a circa 123 milioni l’anno. È la cifra che servirebbe per finanziare, per esempio, 200.000 pompe di calore domestiche o qualche decina di grandi parchi fotovoltaici con accumulo. Non è poco in valore assoluto, ma nel contesto di una transizione che richiede la ristrutturazione profonda del parco edilizio e industriale italiano, è una frazione minima di quanto incassato.

L’annuncio che non arriva mai

Mentre quei miliardi venivano dirottati altrove, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica annunciava un’inversione di rotta. Il 5 agosto 2025, il MASE diramava un comunicato ufficiale in cui dichiarava che il Piano Sociale per il Clima — il documento strategico da trasmettere a Bruxelles per accedere ai nuovi fondi europei — «dopo un intenso lavoro di revisione è pronto per essere trasmesso alla Commissione europea». Parole definitive, quasi un annuncio di consegna imminente.

Nei giorni scorsi, a undici mesi da quel comunicato, il PSC non risulta ancora formalmente presentato. È passato un anno da quando l’Italia avrebbe dovuto inviare la versione definitiva del piano, che rappresenta la base per avviare il confronto con la Commissione UE. Il paradosso è costruito con precisione: da un lato si rivendica la prontezza del documento, dall’altro non si completa l’unico passaggio che conta, cioè la trasmissione ufficiale. Nel frattempo, il meccanismo di allocazione delle risorse ETS continua a funzionare con la stessa logica che ha prodotto il 9%.

Il risultato è che il Piano Sociale per il Clima italiano è fermo, e con esso la possibilità concreta di attingere alla parte più cospicua dei nuovi fondi europei per la transizione.
Il costo di questa inerzia non è solo reputazionale: è finanziario e strutturale.

La classifica europea e il prezzo da pagare

Non è solo un problema italiano: guardando agli altri paesi, la differenza è misurabile e istruttiva. Tra il 2013 e il 2022, nell’intera UE-27 circa il 75% dei proventi delle aste ETS è stato destinato a scopi climatici ed energetici. L’Italia, con il suo 9%, è in fondo a ogni classifica: il peggior performer europeo nella spesa climatica finanziata con i ricavi del carbonio. Mentre altri Stati membri hanno costruito filiere, incentivi e infrastrutture con quei fondi, il nostro Paese ha trattato il gettito ETS come entrata di bilancio generica.

Il prezzo da pagare adesso ha un nome e un ammontare precisi: il Fondo Sociale per il Clima dell’Unione Europea, uno strumento da 86,7 miliardi di euro attivo dal 2026 al 2032, pensato per mitigare l’impatto sociale della transizione e sostenere famiglie, micro-imprese e utenti dei trasporti. Per accedere a quella dotazione, ogni Stato membro deve presentare un Piano Sociale per il Clima approvato dalla Commissione. Se l’Italia non completa l’iter, il rischio non è solo di perdere risorse fresche, ma di trovarsi con un sistema di tassazione ambientale che genera costi senza restituire benefici ai cittadini.

Per chi installa e gestisce impianti — pompe di calore, fotovoltaico residenziale, colonnine di ricarica, sistemi di accumulo — il messaggio è tecnico e diretto: senza un piano approvato, i fondi restano sulla carta e la domanda di tecnologia pulita non riceve l’impulso che potrebbe. L’efficienza di un sistema si misura dal rapporto tra l’energia in ingresso e il lavoro utile in uscita. Con un 9% di spesa climatica effettiva e un Piano fermo da un anno, il sistema Italia sta funzionando molto al di sotto della sua potenza nominale. La transizione energetica, senza carburante finanziario, resta al palo.