Caldo estremo: 24 milioni di ore perse, colpiti i lavoratori a bassa retribuzione

A giugno, mentre molti cercavano solo un posto all’ombra, il 3,6% dei lavoratori intervistati ha smesso del tutto di lavorare per il caldo. Non per scelta: le temperature hanno reso impossibile restare in cantiere, in fabbrica, davanti a un forno. Il risultato è una cifra che fa rumore: 24 milioni di ore di lavoro perse. Lo ha calcolato uno studio della London School of Economics e del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici, pubblicato a fine luglio: per l’economia britannica il conto dell’ondata di calore dello scorso giugno è stato di 1,15 miliardi di sterline in produttività persa.

La settimana in cui il lavoro si è fermato

Dentro quel totale c’è una scomposizione che vale la pena guardare da vicino. Il 3,6% degli intervistati non ha lavorato affatto durante la settimana dell’ondata di calore: tradotta sull’intero Regno Unito, quella percentuale equivale a 8 milioni di ore perse e a un costo economico di 0,38 miliardi di sterline, su un totale di 24 milioni di ore. Il resto del conto viene da chi ha comunque lavorato meno o più lentamente, con giornate accorciate e attività spostate nelle ore meno calde.

Ma il conto totale non dice la cosa più importante: chi ha pagato il prezzo più alto?

Il termometro delle disuguaglianze

Dietro la media nazionale si nasconde una geografia sociale precisa. Lo studio del Grantham Institute della LSE è esplicito: il caldo estremo sta ampliando le disuguaglianze esistenti nella forza lavoro. A fermarsi per primi sono stati i lavoratori a bassa retribuzione e quelli esposti fisicamente al caldo. Chi lavora all’aperto, in ambienti non climatizzati o in mansioni manuali perde più ore — e quindi più reddito — di chi può permettersi un ufficio con aria condizionata o il lavoro da casa.

Il fenomeno non è nuovo. L’Office for National Statistics ha calcolato che tra il 1998 e il 2021 i giorni caldi hanno ridotto la produttività in Gran Bretagna in media di 1,2 miliardi di sterline all’anno. Il picco è arrivato nel 2020, quando i giorni caldi avrebbero potuto ridurre la produttività di 5,3 miliardi di sterline, ipotizzando che alcune misure di adattamento — come l’aria condizionata — fossero già in parte in atto. Anche al netto di questi adattamenti, il caldo era già una voce strutturale dei conti britannici, non un incidente occasionale.

A metà agosto è arrivata una cifra più alta: secondo il thinktank Verdant, le ondate di calore ripetute di questa estate erano destinate a costare all’economia britannica più di 4 miliardi di sterline entro la fine di luglio, una stima che sale a 4,4 miliardi. La proiezione più scomoda guarda al 2030: oltre 25 miliardi di sterline all’anno. Non è più questione di un’estate particolarmente sfortunata: è un costo che torna ogni anno e tende a crescere.

Se il Regno Unito fa i conti con tutto questo, cosa succede al resto d’Europa — e al piatto che portiamo in tavola?

Quello che arriverà in tavola e in busta paga

Il caldo non si ferma ai confini del Regno Unito, e nemmeno ai mesi estivi. Secondo COCERAL, l’ondata di calore dello scorso giugno è costata agli agricoltori europei circa 2 miliardi di euro di ricavi persi. L’Energy and Climate Intelligence Unit (ECIU) aggiunge un dettaglio: sono state distrutte 10 milioni di tonnellate di produzione prevista, con Francia, Ungheria e Spagna come paesi più colpiti. La conseguenza arriva dritta al carrello della spesa: sempre secondo l’ECIU, i prezzi alimentari nel Regno Unito sono destinati a essere del 50% più alti entro novembre 2026 rispetto all’inizio della crisi del costo della vita, a metà 2021.

Nei prossimi mesi il caldo non resterà solo una notizia meteorologica: entrerà nei prezzi del cibo, nella progettazione degli spazi di lavoro e nelle scelte quotidiane. Chi lavora o compra casa in zone esposte al calore deve aspettarsi costi crescenti, anche quando il termometro torna a scendere.