Vale un quarto del PIL mondiale e un terzo del commercio globale. Eppure, per arrivare all’annuncio dello scorso 27 gennaio, ci sono voluti quasi vent’anni: l’Unione europea è destinata a diventare soltanto il 22° partner di libero scambio dell’India. Al 16° vertice India-UE, il primo ministro Narendra Modi e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno annunciato congiuntamente la conclusione dell’accordo di libero scambio India-UE, come si legge nel comunicato ufficiale diffuso da PIB Delhi. Non è un punto d’arrivo: è un punto di partenza.
Il paradosso del 22° accordo
Il paradosso si spiega riavvolgendo il nastro. I negoziati per un accordo di libero scambio tra UE e India sono partiti il 28 giugno 2007. Dopo 15 round di negoziati tra Bruxelles e Nuova Delhi, i colloqui si sono bloccati dal 2013. Il rilancio formale è arrivato soltanto il 17 giugno 2022, con l’obiettivo di un’intesa «equilibrata, ambiziosa, completa e reciprocamente vantaggiosa». Sono serviti poi più di tre anni per chiudere, otto mesi fa.
Il peso dell’annuncio lo si misura con due cifre: l’India e l’UE sono rispettivamente la quarta e la seconda economia mondiale, e insieme rappresentano il 25% del PIL globale e un terzo del commercio mondiale. Che un’intesa di questa portata arrivi dopo quasi vent’anni di stop and go dice molto della fatica negoziale, tra servizi, agricoltura, standard e regole d’origine.
I dazi a zero e chi li incassa
La promessa politica si misura in due numeri. L’UE eliminerà i dazi su oltre il 90% delle linee tariffarie, pari al 91% in valore; l’India eliminerà i dazi sull’86% delle linee, ma al 93% in valore. La differenza non è un refuso: Nuova Delhi concentra le proprie importazioni su un numero minore di linee ad alto valore e sceglie di proteggere le voci più sensibili.
Per Nuova Delhi il guadagno è concentrato nei settori labour-intensive: tessile, abbigliamento, pelletteria, calzature, prodotti ittici, gemme e gioielli, artigianato, meccanica e automobili. Su quasi 33 miliardi di dollari di esportazioni indiane, i dazi — oggi fino al 10% — scenderanno a zero con l’entrata in vigore dell’accordo. È la parte dell’intesa che tocca più direttamente il tessuto produttivo indiano.
Il commercio bilaterale di beni ha raggiunto, nel 2024, 120 miliardi di euro, secondo la Commissione europea. Il dato indiano, su base fiscale 2024-25, parla di 136,54 miliardi di dollari di scambi complessivi, con 75,85 miliardi di esportazioni e 60,68 di importazioni: due finestre temporali diverse — anno solare contro anno fiscale — ma la direzione è la stessa. Sul capitolo CBAM, il comunicato segnala impegni che includono una clausola di nazione più favorita «forward-looking», che estenderebbe le flessibilità eventualmente concesse a paesi terzi ai sensi del regolamento, oltre a cooperazione tecnica sul riconoscimento dei prezzi del carbonio, riconoscimento dei verificatori e sostegno finanziario mirato alla riduzione delle emissioni di gas serra.
La ratifica che non c’è ancora
L’intesa UE-India, però, non vive nel vuoto. A gennaio 2026 Bruxelles ha concluso due importanti accordi commerciali: con i paesi del Mercosur e con l’India, al termine di molti anni di negoziati. Non è un caso: l’accordo nasce come risposta strategica ai dazi imposti dagli Stati Uniti e ai controlli sulle esportazioni cinesi, in un momento in cui Bruxelles e Nuova Delhi cercano di aprire nuovi mercati. I funzionari UE lo hanno descritto come il patto commerciale più ambizioso mai sottoscritto dall’India.
Ma la ratifica dei due accordi è ancora in sospeso. E qui sta la vera incognita: non se i dazi scenderanno, ma quando — e se i parlamenti nazionali ratificheranno. La Commissione europea, dal canto suo, stima che le esportazioni europee verso l’India raddoppieranno entro il 2032 grazie all’intesa. È il numero da tenere d’occhio: il 2032 resta una proiezione, non una certezza.
Un accordo che vale un quarto del PIL mondiale resta così sospeso a una ratifica che non arriva. Il traguardo da verificare è il 2032, l’anno in cui Bruxelles prevede il raddoppio delle esportazioni verso l’India — ma solo se la ratifica arriva prima.




