Mosca contesta il meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera, ma il primo no dell’UE non ferma la procedura

A partire dal 1° gennaio 2026, chi importa nell’Unione europea deve acquistare e restituire certificati CBAM corrispondenti alle emissioni di CO2 incorporate nelle merci, a un prezzo allineato a quello del mercato europeo del carbonio: circa 70-100 euro per tonnellata. È il conto che la Russia, tra i paesi più esposti, ha deciso di contestare davanti al giudice del commercio mondiale. A fine luglio, come ricostruito dal GMK Center, l’Unione europea ha respinto la prima richiesta russa di istituire un panel arbitrale presso l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) sul meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera.

Il conto del carbonio che Mosca contesta

Dal 1° gennaio 2026 gli importatori dell’UE devono acquistare e restituire certificati CBAM corrispondenti alle emissioni di CO2 incorporate nelle esportazioni, a un prezzo in linea con il mercato del carbonio europeo. Secondo i dati riportati da Euronews, si parla di circa 70-100 euro per tonnellata di CO2. Non è un costo trascurabile: la Russia è indicata esplicitamente tra le economie più esposte al CBAM perché esporta verso l’UE grandi volumi di beni ad alta intensità di carbonio senza applicare un prezzo domestico sul carbonio. È quanto emerge da un’analisi del Centre for European Reform. Ed è questo l’interesse concreto dietro la sfida russa al WTO, come nota lo stesso documento.

Il rifiuto dell’UE e la procedura che porta al panel

Alla base del contenzioso c’è una richiesta di consultazioni presentata dalla Federazione Russa il 12 maggio 2025 contro l’Unione europea e i suoi Stati membri, registrata come DS639. Nel testo della richiesta depositata al WTO, Mosca contesta il pacchetto CBAM e quello che considera un sussidio all’esportazione garantito dal sistema di scambio di quote di emissioni dell’UE, invocando gli articoli 1 e 4 del DSU, l’articolo XXIII del GATT 1994, l’articolo 6 dell’accordo sulle licenze d’importazione e gli articoli 4.1 e 30 dell’accordo SCM.

Quando la Russia ha chiesto l’istituzione del panel, l’UE si è opposta. Come si legge nel resoconto della riunione del Dispute Settlement Body, Bruxelles ha citato la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, considerandola una violazione del diritto internazionale, e ha ricordato la posizione già delineata nella dichiarazione congiunta al Consiglio Generale del 2022 (WT/GC/244). Il rifiuto ha una motivazione geopolitica, ma produce un paradosso procedurale: le regole del DSU prevedono che la Russia abbia diritto di presentare una seconda richiesta alla riunione successiva, in calendario per il 25 settembre, e in quel passaggio la formazione del panel è di norma automatica. In pratica, il primo no dell’UE può rallentare il procedimento, ma difficilmente fermarlo.

Nella dichiarazione per la riunione del Dispute Settlement Body del 25 settembre, l’UE ha ribadito la propria obiezione alla richiesta della Federazione Russa. Resta da capire se la seconda richiesta, attesa per quella riunione — prevista per ieri — abbia portato alla formazione automatica del panel. La cornice interna, intanto, non aiuta: la riforma del sistema ETS proposta dalla Commissione europea non ha soddisfatto le aspettative delle imprese europee, come segnala il GMK Center.

Il 25 settembre e il fronte globale del CBAM

Il passaggio del 25 settembre non riguarda solo Mosca. Cina e India hanno minacciato di presentare reclami WTO contro il CBAM, mentre l’UE continua a sostenere che la misura è conforme alle regole dell’Organizzazione. Tuttavia, come osserva lo stesso Centre for European Reform, altre grandi potenze commerciali hanno formulato minacce simili,
ma la Russia è la prima a tradurle in un contenzioso vero e proprio.

Anche gli Stati Uniti hanno fatto sentire la propria pressione. Lo scorso ottobre, durante una visita ufficiale a Bruxelles del segretario all’Energia Chris Wright, Washington ha chiesto all’UE di ritirare la legge, sostenendo che creerà barriere commerciali massicce tra i partner transatlantici. È un fronte ampio: nessuno dei grandi esportatori vuole che il prezzo del carbonio europeo diventi una condizione di accesso al mercato.

Il numero da tenere d’occhio, a questo punto, non è soltanto il prezzo di 70-100 euro per tonnellata di CO2. È la decisione del Dispute Settlement Body. Se il panel verrà formato, il CBAM non sarà più solo una politica climatica: diventerà un verdetto sul futuro del commercio a basse emissioni.