Giudice ordina al governo di riconoscere la terra dei Kajkwakratxi-Tapayuna e scusarsi per l’esproprio
In Brasile, delle 1.443 terre indigene e rivendicazioni territoriali identificate, 897 attendono ancora una qualche forma di regolarizzazione amministrativa. Siamo poco sopra il 62 per cento: più di sei pratiche su dieci sono ferme. E in un solo anno, secondo il Consiglio missionario per i popoli indigeni della Chiesa cattolica, 211 persone indigene sono state uccise, alcune in conflitti per la terra. Dietro questi numeri c’è una vicenda concreta: quella dei Kajkwakratxi-Tapayuna, che lo scorso giugno hanno visto un giudice federale ordinare al governo, entro 24 mesi, il riconoscimento del loro territorio tradizionale nel nord-ovest del Mato Grosso.
La decisione non è di ieri: è stata emessa l’11 giugno dal giudice federale Pablo Kipper Aguilar a Diamantino, in Mato Grosso, e a fine luglio ne hanno dato conto le fonti che seguono la questione indigena. Non si limita a imporre il riconoscimento: ordina al governo federale di porgere pubbliche scuse e di pagare 10 milioni di reais, circa 2 milioni di dollari, per danni morali collettivi.
Il prezzo della memoria
Per capire perché un tribunale sia arrivato a chiedere scuse pubbliche, bisogna tornare indietro di decenni. I Tapayuna vivevano originariamente nella regione del fiume Arinos, vicino a Diamantino. Non sono stati spostati per caso: la sequenza degli eventi ha i tratti di un esproprio progressivo, documentato negli archivi dell’epoca.
Nel 1967, un rapporto della dittatura registrava che un’attività di estrazione della gomma aveva lasciato un sacco di zucchero mescolato con arsenico su una riva del fiume nell’area Tapayuna, a disposizione della comunità indigena. Nel 1969, una visita ufficiale — definita «mal pianificata» — organizzata dall’agenzia federale per gli affari indigeni portò il virus dell’influenza, contaminando il popolo Kajkwakratxi-Tapayuna. Negli anni Settanta il gruppo ricevette dagli invasori carne di tapiro avvelenata; i 41 sopravvissuti vennero trasferiti nel Parco indigeno dello Xingu.
Nel 1976 lo stato smise di riconoscere la riserva Tapayuna come terra indigena, sostenendo che il territorio era stato abbandonato. È il passaggio che spiega la sentenza: quell’abbandono era la conseguenza diretta di veleno, virus e trasferimenti forzati. Cinquant’anni dopo, il giudice di Diamantino rovescia l’argomento dello stato: non fu abbandono, fu esproprio. Da qui le scuse pubbliche e il risarcimento, che però restano un obbligo legale, non una memoria chiusa.
Il numero da tenere d’occhio
Resta una domanda: quanto vale un precedente in un sistema con 897 pratiche ferme? I 24 mesi concessi ai Kajkwakratxi-Tapayuna sono un test, non un traguardo. Se la scadenza verrà rispettata, il caso diventa un parametro per centinaia di terre in attesa. Se resterà un’eccezione, la sentenza sarà ciò che il quadro statistico già suggerisce: un arretrato enorme in cui una sola causa è arrivata a conclusione.
La posta in gioco si misura nel tempo: il Brasile ha due anni per dimostrare che questa non è un’anomalia. Il numero da osservare non è la sentenza in sé, ma quante delle 897 terre in attesa riceveranno una scadenza simile. Per ora il dato resta quello da cui siamo partiti: più di sei pratiche su dieci sono ancora senza risposta. La memoria dei Kajkwakratxi-Tapayuna ha trovato un tribunale disposto a fissare un orizzonte. Il resto dell’arretrato no.




