Negli Stati Uniti il gas è tornato competitivo per scelte politiche, con domanda dei data center in crescita.
A fine luglio, mentre in Italia alcuni media riassumevano il ritorno americano al gas nella formula «ai datacenter serve il nuculare», la spiegazione stava in un’asimmetria di prezzo del metano: negli Stati Uniti il metano, e quindi anche l’elettricità prodotta bruciandolo, costa meno che da noi. Non è una novità tecnologica. È il risultato di politiche che hanno reso più cari e incerti fotovoltaico, eolico e batterie, mentre la domanda di energia dei data center continua a salire.
Il metano competitivo e il racconto capovolto
Per capirlo basta un’asimmetria di prezzo. Le normative e le azioni dell’amministrazione Trump hanno fatto tornare indietro di due anni i prezzi dei sistemi di accumulo a batteria (BESS), del fotovoltaico e dell’eolico, rendendoli più cari, e hanno reso più incerti e lunghi gli iter autorizzativi, con costi di finanziamento più alti. In questo quadro l’elettricità da metano è tornata competitiva e i gestori di datacenter guardano al costo: non perché il gas abbia fatto un salto di efficienza, ma perché le alternative sono state appesantite. Il racconto dei media italiani capovolge causa ed effetto: non sono le rinnovabili a non essere adatte, è il metano ad essere reso competitivo per via politica.
La domanda intanto cresce. Secondo l’IEA, la domanda globale di elettricità dei data centre è cresciuta del 17% nel 2025, in linea con le proiezioni, e il consumo dei soli data centre dedicati all’AI è aumentato del 50%. Del resto, per l’IEA, gas naturale e carbone insieme dovrebbero soddisfare oltre il 40% della domanda aggiuntiva di elettricità dei data center fino al 2030. Se il gas vince la partita dei prossimi mesi, resta aperta una domanda: chi coprirà la produzione di base domani? La scommessa nucleare ha numeri diversi.
Nucleare: il 2035 è lontano, il gas è adesso
Il nucleare entra in campo con i tempi della sua tecnologia. Meta ha annunciato accordi con Vistra, TerraPower, Oklo e Constellation che la rendono uno dei più significativi acquirenti aziendali di energia nucleare nella storia americana; secondo Meta, questi accordi supportano fino a 6,6 GW di energia pulita entro il 2035. Il problema è la data. Il nucleare è l’opzione preferita per la produzione di energia di base, ma la difficoltà di costruire nuove centrali rende gas naturale e rinnovabili soluzioni più realistiche nel breve termine. Mentre i cantieri aspettano il 2035, il calendario fiscale americano ha già messo una data sul futuro delle rinnovabili: il 2027.
La tagliola del 2027
Il paradosso ha una data precisa: il 2027. Secondo Goldman Sachs, la domanda di energia dei data center negli Stati Uniti è prevista raddoppiare fino a 66 GW entro il 2027, e la quota dei data center sul picco estivo di domanda passerà dal 4,1% del 2025 all’8,5% nel 2027. Il picco estivo è il momento in cui la rete americana è più sollecitata: una quota che quasi raddoppia significa che i data center smettono di essere un carico marginale.
E qui scatta la tagliola. L’One Big Beautiful Bill Act — OBBBA — elimina i crediti d’imposta per gli impianti eolici e solari non completati dopo il 2027. Non è un dettaglio contabile: per chi sviluppa un impianto, la data di completamento diventa l’ago della bilancia, perché i crediti svaniscono proprio quando la domanda aggiuntiva si materializza.
Eppure la tecnologia avrebbe margine. Secondo gli sviluppatori, eolico e solare abbinati allo stoccaggio potrebbero coprire circa l’80% della domanda energetica di un data center. Restano due numeri che non si conciliano: la domanda che raddoppia e i crediti che spariscono. Chi installa o gestisce impianti non deve inseguire il racconto nucleare: deve fare i conti con un metano artificialmente competitivo e con una finestra fiscale che si chiude nel 2027. Il campo si gioca lì, non nel 2035.




