Il sorpasso che riscrive la mappa della tigre
Il punto di partenza è il 2010, quando al Global Tiger Summit di San Pietroburgo i governi dei 13 paesi dell’areale si diedero l’obiettivo TX2 di raddoppiare la popolazione selvatica entro il 2022. Allora si stimavano circa 3.200 esemplari; il bilancio, adesso, è asimmetrico.
L’India è il forte principale. Il censimento del 2022 stima circa 3.682 tigri e il paese ospita all’incirca il 75% della popolazione mondiale rimanente. Non è un dato di semplice sopravvivenza: è una concentrazione che rende ogni variazione locale rilevante su scala globale. Se la popolazione indiana dovesse subire un declino, l’intero bilancio della specie ne risentirebbe.
In Thailandia, il Western Forest Complex è passato da circa 40 a più di 140 tigri, secondo i dati della Wildlife Conservation Society, con un aumento del 250 per cento. Sono numeri solidi. Ma nascondono una geografia a due velocità: il recupero non è uniforme, e il caso più fragile non è quello di chi cresce poco, ma di chi non ha più le condizioni ecologiche per ripartire.
La Cambogia e l’equazione impossibile: tigri senza prede
Dall’India e dal Nepal si passa alla Cambogia, dove il conteggio delle tigri è fermo a zero. Le tigri sono state dichiarate funzionalmente estinte nel paese nel 2016 e gli ultimi avvistamenti documentati risalgono al 2007, come ricostruisce la Wildlife Alliance. Non è una questione di sola volontà politica: è una questione di prede.
Il nodo è quantitativo. Uno studio di Wildlife Alliance e dell’Istituto norvegese per la ricerca sulla natura ha stimato che oggi esiste una bassa probabilità che la zona centrale del paesaggio sostenga prede sufficienti per una popolazione di 25 tigri adulte; di conseguenza, prima di qualsiasi reintroduzione servirà un recupero significativo delle prede. Il collo di bottiglia, in Cambogia, non è demografico: è ecologico.
Il paradosso è che il paese non deve gestire un eccesso di tigri, ma ricostruire le condizioni minime perché una popolazione possa anche solo essere immaginata. È una lezione più ampia: contare gli esemplari dice poco se non si misura anche ciò che li tiene in vita.
Il conto umano: 38 morti e un 5% che complica tutto
Il successo ha un prezzo che i comunicati non mettono in prima pagina. In Nepal, i registri governativi contano 38 persone morte in attacchi di tigre tra il 2019 e il 2023. È la cifra che spiega perché la convivenza, e non solo la conservazione, è diventata il vero banco di prova.
Un elemento di complessità: uno studio del 2017 aveva mostrato che meno del 5% delle tigri causa conflitti. Significa che il problema non è la popolazione nel suo insieme, ma una minoranza di individui e, soprattutto, la crescente pressione tra aree protette e insediamenti umani. I numeri ufficiali tendono a non mostrare questo costo; eppure è qui che si decide la reversibilità del recupero.
Il prossimo numero da tenere d’occhio, quindi, non è il totale delle tigri. È la disponibilità di prede nel paesaggio cambogiano e i tassi di conflitto in Nepal: lì si deciderà se il TX2 è davvero reversibile, o se i sorpassi di India e Thailandia resteranno un’eccezione nella mappa globale della specie.




