La legge vieta specie alloctone, ma la peste suina spinge la Regione a cercare alternative
Un allevamento impossibile: il paradosso di Pianosa
Per capire il cortocircuito basta guardare cosa prevede la proposta e dove dovrebbe nascere. A luglio il presidente della Regione, Eugenio Giani, avrebbe annunciato di voler creare a Pianosa un allevamento di cinghiali da selezionare per produrre alla fine una sorta di “cinta elbana”. L’idea, in sé, sembra di buon senso: mettere al riparo la genetica della Cinta Senese, che la peste suina mette a rischio. Il problema è il luogo. Pianosa non è un terreno agricolo qualsiasi: è Parco Nazionale, Zona speciale di conservazione (ZCS) e Zona di protezione speciale (ZPS). E la legge 394 del 1991 sulle aree protette, insieme alla Direttiva europea sulle specie aliene, vieta di introdurre animali alloctoni in un Parco Nazionale. In altre parole, l’allevamento pensato per salvare la Cinta Senese dovrebbe nascere in un perimetro che non ammette proprio quel tipo di introduzioni. Il paradosso non sarebbe così urgente, però, senza la peste suina. Ecco perché quei numeri pesano.
645 focolai e una specie che non ammette eccezioni
La fretta della Regione ha una spiegazione precisa: la peste suina avanza. Secondo i dati diffusi dalla Regione Toscana, dal gennaio 2026 al 14 settembre sono stati individuati 645 focolai di peste suina africana nei cinghiali. Negli allevamenti domestici i focolai registrati sono due: uno a Comano, in provincia di Massa-Carrara, a fine giugno, e uno a San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia, a luglio. La peste suina sta creando gravi problemi sul continente, soprattutto nella Toscana del nord. Come scrive l’ANSA, la diffusione della peste suina africana in Toscana mette seriamente a rischio la sopravvivenza della Cinta Senese; il primo focolaio in un allevamento toscano è stato individuato a Comano, in provincia di Massa-Carrara. Dentro questo allarme, l’idea di portare a Pianosa 9 esemplari di Cinta Senese per preservarne il patrimonio genetico suona come una risposta concreta. Peccato che il ragionamento si inceppi sul piano biologico.
Il cinghiale presente all’Elba è da considerarsi invasivo, un ibrido artificiale alloctono che causa danni sensibili all’ambiente e alle attività umane; è un animale immesso a partire dal 1963 per esclusivi scopi venatori. In più, come ricorda Legambiente Arcipelago Toscano, cinghiali, maiali e cinte senesi appartengono alla stessa specie, la Sus scrofa. Non c’è quindi una differenza giuridica che tenga: introdurre una di queste varietà in un’area protetta è, nei fatti, introdurre una specie invasiva in violazione della legge italiana e delle direttive europee. L’idea di salvare la razza su un’isola protetta si rivela, a conti fatti, un’introduzione di specie invasiva.
Cosa conviene guardare davvero
Dai numeri alle decisioni. La vera partita non è il trasferimento di nove esemplari, ma il contenimento del virus. A luglio, insieme all’ipotesi di Pianosa, Giani ha annunciato la nomina di Paolo Cassola, già direttore del Parco Nazionale del Circeo, come commissario (coordinatore) ad hoc per ridurre gli ungulati all’Elba. Il compito affidato a Cassola è ridurre i cinghiali, non allevarne di nuovi. È lì che bisognerà guardare: per chi ha un allevamento di Cinta Senese, o per chi la compra, la domanda da farsi non è se Pianosa diventerà un allevamento, ma se il commissario riuscirà a fermare il virus prima che arrivi nei recinti.
Non è un dettaglio. Allo stesso tempo, il Nucleo unificato regionale di valutazione (NURV) della Regione Toscana, ARPAT e altri enti hanno fatto dure osservazioni proprio sulla variante al Piano del Parco a tutela della biodiversità. In pratica, anche gli organi tecnici della Regione hanno messo paletti sul fronte della tutela. La Cinta Senese non si salva su un’isola protetta: si salva con recinti, controlli e una gestione seria degli ungulati. La prossima mossa da osservare è il piano del commissario, non il trasferimento di nove esemplari.




