CBE JU finanzia bioraffinerie su scala commerciale, mentre un micro-digestore universitario testa il modello

Il paradosso del 2002

Il caso più paradigmatico è il modello dettagliato per la digestione anaerobica rilasciato dall’International Water Association nel 2002. Oltre vent’anni dopo, la separazione obbligatoria alla fonte dei rifiuti organici solidi urbani è ancora in fase di implementazione nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea. In altre parole, la tecnologia per trattare la frazione organica esiste da più di due decenni, mentre il quadro normativo che dovrebbe alimentarla sta ancora arrivando.

Per capire il paradosso serve una definizione di cosa si intenda per economia circolare. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, è un sistema in cui i materiali sono mantenuti in circolazione attraverso processi come manutenzione, riuso, rigenerazione, rifabbricazione, riciclo e compostaggio. La Commissione europea, dal canto suo, ricorda che c’è un solo pianeta Terra e che entro il 2050 il mondo consumerà come se ce ne fossero tre, mentre il modello lineare “take, make, use, dispose” è insostenibile e spinge oltre i confini planetari. Se la tecnologia è pronta da tempo e la separazione dei rifiuti organici sta diventando un obbligo in tutta l’UE, come si spiega che l’economia circolare sia ancora un’emergenza? La conclusione, per ora, è che il collo di bottiglia non è la tecnologia: sono la scala, i soldi e una strategia industriale.

Dove vanno i 2 miliardi

Ed è qui che entra in gioco Bruxelles. Lo scorso 27 novembre la Commissione europea ha pubblicato la Strategia per una bioeconomia competitiva e sostenibile dell’UE. Dieci mesi dopo, l’obiettivo è esplicito: scalare e commercializzare soluzioni biotech e bio-based e promuovere l’uso circolare delle risorse biologiche. In concreto, si punta a trasformare gli impianti esistenti in bioraffinerie, strutture emergenti progettate per combinare processi biologici e fisico-chimici e massimizzare il recupero di energia rinnovabile e bioprodotti di valore.

La leva finanziaria è la partnership Circular Bio-based Europe Joint Undertaking, nota come CBE JU: una partnership da 2 miliardi di euro tra l’Unione europea e il Bio-based Industries Consortium che finanzia progetti per far avanzare industrie circolari bio-based competitive nell’ambito di Horizon Europe, il programma di ricerca e innovazione dell’UE. È una cifra complessiva, non annuale, da distribuire su un portafoglio di progetti. Il punto è che per la prima volta la strategia europea mette nero su bianco l’obiettivo di passare dalla scala pilota a quella commerciale: non basta dimostrare che una tecnologia funziona in laboratorio, serve costruire impianti che reggano su scala industriale.

Il paradosso del 2002, quindi, può cominciare a sciogliersi solo ora, con una strategia e una dotazione finanziaria che puntano alla commercializzazione. Ma la strategia resta una dichiarazione d’intenti finché non si misura sul campo. Il primo test è più piccolo di quanto si pensi.

Il micro-digestore come banco di prova

A novembre 2025, l’Università Autonoma di Barcellona ha annunciato l’installazione di un impianto pilota, un micro-digestore anaerobico, per trattare la frazione organica dei rifiuti generati dai ristoranti del campus. È un microcosmo delle bioraffinerie del futuro: stesso principio, scala ridotta, ma con la possibilità di dimostrare che il processo funziona fuori dal laboratorio. Riuscirà un impianto pilota universitario a dimostrare che la bioeconomia circolare è un business, non solo una promessa?

Il numero da osservare nei prossimi mesi non è il 2050, ma quanti dei progetti finanziati da CBE JU passeranno dalla scala pilota a quella commerciale. Lì si gioca la vera partita della bioeconomia europea.