Il permesso autorizzato riguarda un impianto, mentre l’obiettivo fissato per il 2030 è di 50 milioni di tonnellate all’anno

Tra l’adozione della Direttiva CCS nel 2009 e la fissazione dell’obiettivo 2030 nel 2024, nell’Unione europea è stato rilasciato un solo permesso di stoccaggio di CO2. Lo ricostruisce un’analisi pubblicata a fine luglio su The Conversation, che mette in fila obiettivi, fondi e progetti. Nel frattempo, con il Net-Zero Industry Act l’UE ha fissato l’obiettivo di almeno 50 milioni di tonnellate all’anno di capacità di iniezione di CO2 entro il 2030; la Commissione europea stima che serviranno circa 250 milioni di tonnellate all’anno entro il 2040. A febbraio 2024, l’UE ha pubblicato la Industrial Carbon Management Strategy per accelerare il dispiegamento del CCS.

Quindici anni, un solo permesso

Il singolo permesso non è un dettaglio: è la misura del divario tra i target e la realtà autorizzativa. Dal 2009 al 2024, mentre la tecnologia di cattura e stoccaggio maturava altrove, l’Unione ha autorizzato una sola struttura. Poi ha fissato obiettivi ambiziosi, ma la scala temporale è impietosa: per passare da un permesso a 50 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030 servirebbe un’accelerazione che finora non si è vista. Il problema non è la geologia del sottosuolo, né la mancanza di progetti: è il ritmo con cui autorizzazioni e incentivi si sono mossi.

La sproporzione si vede anche dentro i singoli Stati. La Danimarca, che pure ha varato un fondo CCS da 28,7 miliardi di corone danesi, ha inizialmente prequalificato dieci progetti; a giugno 2026 il sostegno è stato assegnato a uno solo, il piano di Aalborg Portland per catturare e stoccare fino a 1,25 milioni di tonnellate all’anno dalla produzione di cemento. Otto dei dieci progetti si sono ritirati prima del secondo round: in questa fase iniziale lo schema scaricava troppo rischio sui beneficiari.

Il confronto che spiega il ritardo

La risposta non è geologica, è di policy. L’azione dell’UE sul CCUS è stata molto limitata, soprattutto rispetto all’attenzione riservata all’elettricità rinnovabile e all’idrogeno; rispetto a Stati Uniti, Canada e Regno Unito, Bruxelles è stata lenta nel dare priorità e sviluppare l’industria. A livello UE non esistono incentivi dedicati al deployment per la rimozione del carbonio. Negli Stati Uniti, al contrario, il credito d’imposta federale 45Q è il principale incentivo al deployment: un meccanismo che rende remunerativo catturare e stoccare CO2, mentre in Europa il sostegno pubblico resta frammentato e condizionato a gare che scoraggiano i promotori.

Il caso danese lo mostra bene. Dieci progetti prequalificati, otto ritirati, un solo beneficiario: è il segno di uno schema che in una fase nascente chiede troppo a chi investe. Fuori dall’UE, la Norvegia ha coperto l’80% dei costi di investimento di Northern Lights nell’ambito del programma Longship, e il sito ha iniziato a stoccare CO2 ad agosto 2025. Non è un confronto tra imprese, ma tra livelli di rischio che gli Stati sono disposti ad assumersi.

I progetti che accendono le prime luci (ma non bastano)

Nonostante il ritardo, qualcosa si muove. Il sito Greensand, nel Mare del Nord danese, avrebbe dovuto iniettare la prima CO2 già ad agosto 2026, secondo la Commissione europea; il sito Prinos, nel Mar Egeo, dovrebbe diventare operativo tra il 2026 e il 2027. Sono segnali concreti, ma lontani dalla scala necessaria. Il banco di prova non sarà il numero di milioni di tonnellate annunciati, ma il numero di permessi di iniezione realmente concessi nei prossimi mesi.

Il trend dei prossimi mesi non si misurerà in capacità annunciata, ma in permessi rilasciati: finora, in quindici anni, ne è arrivato uno. Il numero da tenere d’occhio è quanti altri seguiranno prima del 2027. Se il ritmo resta quello visto finora, i 50 milioni di tonnellate del 2030 e i 250 del 2040 rischiano di restare sulla carta.