La corsa al cacao ha spinto la deforestazione in Liberia mentre l’Europa preparava le nuove regole sulla tracciabilità

Comprare una tavoletta di cioccolato al supermercato sembra un gesto innocuo, ma dietro c’è una filiera che in Liberia ha distrutto più foresta in un solo anno di qualsiasi altra contea mai registrata dal 2002. La cosiddetta “corsa al cacao” ha colpito soprattutto la contea di Grand Gedeh: lo scorso luglio, secondo gli allarmi della piattaforma Global Forest Watch, interi settori della contea sembravano aver subito una forma di deforestazione in soli sei o sette mesi. Un dato che trasforma un dubbio vago — il cioccolato che compro è davvero sostenibile? — in una domanda concreta: quanto costa, in ettari di foresta primaria, tutto questo?

La foresta che non vedi nella tavoletta

Ma quanto è grande davvero il problema? I numeri raccontano una storia più dura di quella che appare sull’etichetta. Secondo il rapporto dell’IDEF, la produzione di cacao in Liberia ha causato livelli “massicci” di deforestazione. Sempre secondo quel rapporto, nella sola regione di Grand Gedeh quasi 500.000 ettari di foresta primaria sono stati abbattuti e convertiti in piantagioni di cacao dal 2020. Non si tratta di un problema marginale: è una delle ultime foreste primarie del paese che si trasforma in monocoltura, spinta da una domanda che arriva in gran parte dai mercati occidentali.

Se la deforestazione è così massiccia, qualcosa nel mercato ha spinto migliaia di persone a tagliare la foresta. Cosa è cambiato?

Regole già scritte, Liberia in ritardo

Non è un caso: la corsa al cacao è esplosa mentre l’Europa preparava il giro di vite. Ma non tutti i paesi hanno reagito allo stesso modo. Secondo i dati dell’UNCTAD, i prezzi del cacao sono aumentati del 136% tra luglio 2022 e febbraio 2024: un incentivo enorme per chi vedeva la foresta come terreno da convertire rapidamente in piantagioni.

In Liberia, però, l’espansione rischia di scontrarsi con una regola già scritta. Il regolamento europeo sulla deforestazione (EUDR) stabilisce che qualsiasi deforestazione avvenuta dopo il 2020 rende una commodity non ammissibile nell’Unione Europea. E la posta per Monrovia è alta: secondo Ashoka Mukpo, la maggior parte del cacao liberiano, probabilmente tra il 50% e il 65%, finisce proprio nell’Unione Europea. In pratica, gran parte del cacao coltivato sulle terre appena disboscate potrebbe trovarsi davanti a un mercato che chiude le porte. Per chi compra cioccolato in Europa, il riflesso è diretto: se il cacao liberiano non potrà dimostrare di provenire da terreni non disboscati dopo il 2020, gli importatori dovranno riorientarsi verso fornitori già attrezzati.

Il confronto con gli altri produttori è impietoso. La Costa d’Avorio ha già investito: un’analisi di Trase segnala che il sistema nazionale di tracciabilità attualmente in sviluppo nel paese potrà facilitare la conformità di tutti i coltivatori all’EUDR. Anche il Ghana ha fatto progressi notevoli: secondo la piattaforma Zero Deforestation Hub, ha sviluppato il Ghana Cocoa Traceability System (GCTS), mappato le aziende di cacao e avviato la definizione dei confini forestali. La Liberia, al contrario, arriva tardi: come si legge nel podcast di Mongabay, la Costa d’Avorio ha messo molto tempo e impegno perché il cacao è troppo importante per la sua economia, mentre Monrovia è stata troppo lenta. Chi ha già la tracciabilità pronta è in grado di assorbire la domanda che la Liberia rischia di perdere.

Dopo il 31 dicembre, che cosa conviene aspettarsi

Se la Liberia vuole restare in partita, il tempo è poco: per i grandi operatori mancano poco più di tre mesi, per i piccoli qualcosa in più ma non molto. Basterà l’agroforestria a salvare foresta e reddito? Secondo esperti di coltivazione del cacao, esistono modi innovativi di coltivarlo integrandolo in sistemi di agroforestria: il cacao è incredibilmente produttivo e non serve distruggere la foresta, ma servono più denaro, più pazienza e più investimento. Tradotto in pratica: chi ha abbattuto foresta primaria dopo il 2020 rischia di restare fuori dal mercato europeo, mentre chi ha investito in sistemi agroforestali può produrre rendimenti comparabili senza perdere l’accesso alle esportazioni. Il problema è che proprio chi rincorre i prezzi alti del cacao tende a scegliere la via più rapida, non quella che richiede investimenti iniziali e tempi più lunghi.

Il prossimo carico di cacao dirà se qualcosa è cambiato davvero.

La prossima tavoletta di cioccolato arriverà da un campo gestito in agroforestria o da una foresta abbattuta: la differenza la farà la capacità di rispettare una data — il 31 dicembre 2026, e per i piccoli operatori la metà del 2027.