Il fondo ha finanziato 1.500 progetti in 158 paesi, ma l’obiettivo al 2030 richiede 200 miliardi l’anno
Il fondo invisibile dietro la spesa
Hai presente quando al supermercato scegli un prodotto e non sai se qualcuno ha protetto la foresta da cui arriva? Dietro quella confezione c’è un giro di miliardi che quasi nessuno vede. Chi paga per proteggere la natura? Una parte della risposta arriva dal Global Environment Facility, il fondo internazionale che finanzia progetti di conservazione in tutto il mondo. Secondo i dati pubblicati a fine luglio, il GEF ha investito più di 5,2 miliardi di dollari per conservare la biodiversità e usarla in modo sostenibile.
Questo investimento ha mobilitato oltre 13,4 miliardi di dollari in fondi aggiuntivi e ha sostenuto 1.500 progetti in più di 158 paesi. Il sostegno del GEF ha migliorato la gestione di oltre 2,5 miliardi di ettari di aree protette terrestri e marine, una superficie più estesa dell’America Latina. Nel solo periodo tra luglio 2022 e giugno 2025, i progetti sostenuti dal GEF hanno creato 170 milioni di ettari di nuove aree protette e migliorato l’efficacia di gestione di altri 170 milioni di ettari di aree già esistenti. Sono numeri che danno un’idea del meccanismo: il fondo non compra foreste, ma trasferisce risorse perché governi e comunità le proteggano meglio. Resta però una domanda: bastano questi numeri a colmare il divario globale?
Da 3,9 miliardi a 200 miliardi l’anno
Per capire se bastano, conviene guardare il livello di programmazione fissato e il traguardo al 2030. Il GEF ha stabilito un livello di programmazione di 3,9 miliardi di dollari. Accanto a questo, il Global Biodiversity Framework Fund, nato nell’agosto 2023, ha programmato più di 362 milioni di dollari in 87 paesi attraverso cinque cicli di selezione competitiva, con una dimensione media dei progetti di circa 4 milioni di dollari. Sono risorse reali, ma circoscritte rispetto alla scala del problema.
Per colmare il divario globale di finanziamento per la biodiversità servono almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. Il Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal fissa un obiettivo di mobilitazione di almeno 200 miliardi di dollari all’anno da fonti domestiche, internazionali, pubbliche e private. Qui arriva il primo dato scomodo: secondo Carbon Brief, il divario totale di finanziamenti per la biodiversità è molto più ampio di quella cifra annuale. In altre parole, i 200 miliardi l’anno sono un obiettivo intermedio, non un traguardo che chiude la partita.
La distanza tra quanto programmato e quanto servirebbe è il punto da tenere d’occhio. I 3,9 miliardi di programmazione e i 362 milioni del fondo dedicato sono impegnati su scala globale, con progetti che toccano decine di paesi. Ma il salto verso i 200 miliardi l’anno richiede fonti diverse, tempi certi e una verifica continua. Chi verificherà che i soldi promessi arrivino davvero? È la domanda che resta aperta.
Il primo bilancio che farà la differenza
La risposta arriverà dal primo grande stocktake globale. La Global Review è il primo grande bilancio globale sull’attuazione del Quadro di Kunming-Montreal. Servirà a capire se i soldi promessi si stanno muovendo davvero e dove si accumulano i ritardi. Accanto ai flussi tradizionali, ci sono strumenti nuovi: il Fondo di Cali, secondo una valutazione pubblicata lo scorso marzo dalla Commissione europea, rappresenta un’innovazione rilevante nella finanza globale per la biodiversità e un passaggio concreto nell’attuazione del Quadro di Kunming-Montreal.
Il prossimo bilancio globale dirà se la promessa dei 200 miliardi regge. Intanto, i numeri del GEF mostrano cosa è stato fatto e cosa ancora manca. Non serve applaudire: serve osservare i prossimi controlli.




