Tra 41 campioni in Thailandia nel 2022-2023, 3 positivi ai coronavirus.

Prima di spargere sul terreno un sacco di fertilizzante a base di guano di pipistrello, viene da chiedersi: è davvero innocuo come sembra? Uno studio pubblicato a fine luglio su PLOS ONE prova a rispondere con dati raccolti sul campo in Thailandia. E il risultato non è un allarme, ma un segnale: la biosicurezza di un prodotto percepito come innocuo va valutata con numeri e cautele pratiche.

Il dubbio di chi compra il fertilizzante

Non è una domanda da addetti ai lavori. Il guano di pipistrello è venduto come fertilizzante in diversi paesi, tra cui Thailandia, Indonesia, Messico, Cuba e Giamaica. Se il prodotto è così diffuso, cosa contiene davvero? I ricercatori thailandesi hanno provato a misurarlo.

Cosa hanno trovato nei sacchi

La risposta arriva da 41 campioni raccolti in 10 province della Thailandia tra ottobre 2022 e settembre 2023. I ricercatori hanno analizzato fertilizzanti a base di guano di pipistrello provenienti dal nord, dal nord-est, dall’ovest, dall’est e dal sud del paese. Su 41 campioni, 2 (il 4,88%) sono risultati positivi all’Alphacoronavirus, con una similarità di sequenza compresa tra il 97,08% e il 99,27%. Un campione (2,44%) è risultato positivo al Betacoronavirus, con una similarità del 98,91%. Numeri piccoli, ma sufficienti per dimostrare che il materiale genetico virale può arrivare fino ai sacchi venduti al pubblico.

Lo studio fornisce la prima evidenza di un genoma di BetaCoV di origine di pipistrello in un fertilizzante commerciale in Thailandia: nessuno prima aveva documentato questo passaggio dal pipistrello al prodotto confezionato. Il probabile serbatoio naturale è Rhinolophus coelophyllus, un pipistrello ferro di cavallo. È un dato che si inserisce in un quadro già noto: indagini successive hanno identificato i pipistrelli ferro di cavallo (genere Rhinolophus) come serbatoi naturali dei CoV correlati alla SARS. E una precedente rilevazione nella provincia di Ratchaburi aveva trovato 4 campioni di guano su 104 positivi al coronavirus, pari al 3,8%. In altre parole, la presenza di coronavirus nel guano non è una scoperta isolata: è una caratteristica ricorrente, con prevalenze basse ma misurabili.

Attenzione però a non saltare alle conclusioni. Un conto è rilevare materiale genetico virale, un altro è stabilire un rischio concreto di trasmissione. La presenza di genoma virale non dice da sola se il virus sia integro, vitale o in grado di infettare qualcuno. Per chi maneggia il fertilizzante o lo sparge in campo, il passaggio dai numeri di laboratorio a una valutazione pratica è un altro discorso.

Il rischio, oltre il test

Qui entra in gioco un dato storico che contrasta con l’immagine del pericolo. «C’è una lunga storia di estrazione di guano per fertilizzante senza un solo focolaio di malattia segnalato», ha detto a Mongabay in una email Merlin Tuttle, che non ha partecipato allo studio. Il messaggio è chiaro: l’uso agricolo del guano non è una novità dell’ultima stagione, e finora non ha prodotto evidenze di contagi. Se il prodotto fosse facilmente infettivo, la storia d’uso pluriennale avrebbe probabilmente lasciato tracce.

Resta però una questione aperta. Secondo Thachawech Kimprasit, «la gestione della biosicurezza dei fertilizzanti a base di guano di pipistrello potrebbe richiedere trattamenti termici o chimici per rimuovere il materiale genetico grezzo del virus». In altre parole: basteranno questi trattamenti per far convivere tradizione agricola e biosicurezza? Lo studio non dà una risposta definitiva, ma indica una direzione concreta. Il punto non è vietare il guano, ma capire se e quando trattarlo prima della vendita.

Per chi usa o produce fertilizzanti a base di guano di pipistrello, la prima mossa non è l’allarme ma una verifica concreta: chiedere se il prodotto è stato trattato e maneggiarlo con le normali precauzioni igieniche. Non costa nulla, e risponde alla domanda che ha aperto questo articolo.