Il colosso tedesco ha accantonato 7,25 miliardi di dollari per risarcire migliaia di querelanti

7,25 miliardi di dollari. È quanto Bayer ha già accantonato in un piano di risarcimenti che prevede pagamenti annuali per un massimo di 21 anni a migliaia di persone che hanno attribuito al Roundup — e al suo principio attivo, il glifosato — l’insorgenza di linfomi e altre patologie oncologiche. La cifra, confermata lo scorso febbraio, non è una stima: è un impegno finanziario già contabilizzato nei bilanci del colosso tedesco. Ma se il rischio oncologico non va in etichetta, come ha appena stabilito la Corte Suprema degli Stati Uniti, quegli assegni milionari cosa raccontano?

La sentenza che divide

La decisione è arrivata il 25 giugno, a pochi giorni dalla chiusura dell’anno giudiziario. I giudici della Corte Suprema hanno accolto la richiesta di Bayer: l’azienda non ha l’obbligo di apporre alcuna dicitura sul rischio oncologico nei prodotti a base di glifosato. Per il gruppo tedesco, che nel 2018 ha rilevato Monsanto e con essa l’intero contenzioso sul Roundup, si tratta di una vittoria giuridica rilevante. L’etichetta di pericolo avrebbe avuto un impatto commerciale immediato: nessun distributore vuole in negozio un prodotto con un’avvertenza cancerogena stampata sulla confezione.

Eppure, la sentenza arriva quando il mercato — e le aule dei tribunali statali — hanno già emesso il loro verdetto. Bayer non ha atteso il pronunciamento della Corte Suprema per negoziare. Il piano da 7,25 miliardi non è stato imposto da una sentenza definitiva, ma è frutto di un accordo transattivo che l’azienda ha cercato attivamente, nel tentativo di arginare un flusso di cause che rischiava di diventare incontrollabile. Il messaggio implicito è chiaro: meglio pagare adesso che affrontare altri processi con giurie popolari, notoriamente imprevedibili quando il convenuto è una multinazionale e i querelanti sono malati di cancro.

Restano due piani che faticano a coincidere. Sul versante regolatorio, Bayer ha ottenuto ciò che voleva: nessun obbligo di etichetta, la presunzione — confermata dall’EPA e da altre agenzie — che il glifosato, usato secondo le indicazioni, non presenti rischi oncogeni significativi. Sul versante finanziario, l’azienda ha già versato e continuerà a versare miliardi a persone che sostengono esattamente il contrario. E allora resta una domanda: perché Bayer ha accettato di pagare così tanto, se la scienza era dalla sua parte?

L’ombra del 2015

Per capire questa apparente contraddizione bisogna tornare al marzo 2015, quando l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), parte dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha acceso la miccia con la classificazione IARC del glifosato: “probabilmente cancerogeno per gli esseri umani” (Gruppo 2A), la stessa categoria in cui rientrano le carni rosse e il lavoro notturno. Undici anni fa. Quella valutazione — basata su studi epidemiologici e su prove giudicate limitate nell’uomo ma sufficienti negli animali — ha scatenato il più grande contenzioso di massa della storia agrochimica.

La classificazione IARC non è una condanna definitiva. È un segnale di pericolo possibile, non di certezza. Altre agenzie — dall’EPA statunitense all’EFSA europea — sono arrivate a conclusioni opposte, ritenendo il glifosato sicuro se impiegato correttamente. Ma in un’aula di tribunale americana, la valutazione dell’OMS ha un peso che va oltre la sua forza scientifica: è un lasciapassare per le giurie. Da quel momento, ogni processo è diventato una scommessa. E Bayer, che pure vince alcuni casi, ha scelto di non correre il rischio sistematico. Ora lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento: il 2027 potrebbe portare nuovi capitoli giudiziari, e il titolo Bayer — che dai massimi del 2015 ha perso oltre il 70 per cento del proprio valore — resta appeso a un filo che la sentenza della Corte Suprema ha solo in parte rinsaldato.

Il glifosato è un caso perfetto di come l’incertezza scientifica possa trasformarsi in un rischio finanziario concreto. Non serve che un prodotto sia riconosciuto cancerogeno perché generi un passivo da miliardi di dollari: basta che qualcuno, da qualche parte, abbia sollevato il dubbio con sufficiente autorevolezza. Per Bayer, il conto potrebbe non essere ancora chiuso.