Il taglio riguarda le emissioni indirette della catena di fornitura, ma le etichette di impatto carbonico restano poco comprese
Meno 33 per cento. Dal 2021 Logitech ha ridotto di un terzo le emissioni di gas serra della catena di fornitura e di altre fonti indirette, secondo dati diffusi lo scorso luglio. È un numero che colpisce, soprattutto perché arriva da un’azienda che già nel 2020 aveva scelto di mettere un’etichetta di impatto carbonico sulle confezioni dei propri prodotti, nell’ambito del programma Carbon Clarity. Eppure proprio quelle etichette restano poco comprese dai consumatori.
Il paradosso del -33%
Il perimetro del dato va letto con precisione. Non si parla delle emissioni dirette degli stabilimenti, ma di quelle indirette: catena di fornitura e altre fonti a monte e a valle del prodotto. È una distinzione che conta, perché è esattamente lì che un’azienda di dispositivi come Logitech ha meno controllo diretto, ma anche più leva potenziale su fornitori e logistica. Un taglio di un terzo dal 2021 resta comunque un risultato concreto: significa che almeno una parte della catena ha cambiato passo.
Eppure il dato non si trasforma automaticamente in comunicazione efficace. Qui si apre il paradosso: un’azienda che dichiara di aver tagliato le emissioni indirette di un terzo non riesce a trasformare quel numero in fiducia. Le etichette che dovrebbero raccontare il risultato sono, per molti consumatori, una sigla in più sulla scatola. Perché? La risposta sta nella promessa con cui tutto è cominciato.
Carbonio come calorie: la promessa del 2020
La promessa risale al 2020. Logitech ha lanciato il programma con un obiettivo dichiarato: rendere il carbonio una metrica comparabile e competitiva, come le calorie sugli alimenti. Se sulle confezioni alimentari leggiamo le calorie, sulle confezioni di mouse e tastiere avremmo dovuto leggere la quantità di CO2 associata al prodotto. L’analogia era suggestiva e semplice: il consumatore ha già imparato a confrontare prodotti diversi usando una metrica unica. Secondo l’annuncio ufficiale di Logitech, si trattava di un impegno ‘industry-first’: un’etichetta di impatto carbonico sull’intera gamma di prodotti.
Quella promessa, però, non è rimasta sola. La concorrenza è arrivata, e non ha reso le cose più semplici per il consumatore.
Pionieri e giganti, ma la fiducia resta bassa
Nel frattempo il mercato si è affollato. Unilever è etichette di impronta carbonica. Quando il più grande gruppo alimentare comincia a sperimentare etichette di carbonio, l’etichetta smette di essere un esperimento di nicchia e diventa una possibile direzione di mercato. Ma più attori entrano in gioco, ognuno con criteri, confini e formati propri, più il confronto per il consumatore si complica.
Il problema non è la disponibilità delle etichette, ma la loro leggibilità. Come rileva la Commissione europea, i consumatori faticano a orientarsi tra le numerose etichette sulle prestazioni ambientali di prodotti e aziende; alcune indicazioni ambientali sono inaffidabili e la fiducia dei consumatori resta estremamente bassa. Tradotto in termini di mercato: più etichette circolano, più diventa difficile distinguere quelle credibili. Il -33% di Logitech rischia di perdersi in questo rumore di fondo.
La riduzione delle emissioni, insomma, è solo metà della storia. La partita vera si gioca sulla fiducia: non basta stampare un numero sulla confezione, serve che quel numero venga capito e creduto. Nei prossimi mesi, il dato da osservare non è solo il -33% di Logitech, ma anche quanto le etichette di carbonio riusciranno a conquistare la fiducia che oggi manca. Su questo, il mercato non ha ancora dato una risposta.




