Ogni volta che fate il pieno o pagate un prodotto che arriva da filiere incentivate, nel prezzo è nascosto un costo che sullo scontrino non compare: il sussidio pubblico che danneggia la natura e che finanziamo tutti. A fine luglio, un’analisi pubblicata da Carbon Brief ha messo una prima cifra su questa parte invisibile: 32 paesi spendono circa 270 miliardi di dollari all’anno in sussidi e altri incentivi dannosi per la biodiversità.

Il conto non è astratto. Un sussidio pubblico, per come funziona, abbassa il prezzo alla pompa o nel carrello e sposta il costo sulle tasse e sull’ambiente. Non vediamo la voce in fattura, ma la paghiamo due volte: con la fiscalità generale e con il degrado di suolo, acqua e specie su cui si reggono agricoltura e pesca. E se quei 270 miliardi fossero solo la parte ufficiale, quanto manca per capire il costo vero?

Le promesse del 2030 e la realtà dei conti

La risposta a questo dubbio arriva dal testo dell’Obiettivo 18 del Quadro Globale per la Biodiversità di Kunming-Montreal, l’impegno formale con cui i governi hanno promesso di identificare entro il 2025 ed eliminare, eliminare gradualmente o riformare gli incentivi dannosi per la biodiversità, riducendoli in modo sostanziale e progressivo di almeno 500 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, partendo da quelli più dannosi, e di aumentare gli incentivi positivi per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità.

Il punto è che i numeri ufficiali non reggono il confronto con le stime indipendenti. Secondo le elaborazioni di EarthTrack, già basandosi su stime incomplete i sussidi dannosi per la natura misurano almeno 1,8 trilioni di dollari all’anno, circa il 2 per cento del PIL globale. Tradotto in pratica: circa 2 dollari ogni 100 di ricchezza prodotta nel mondo finiscono in misure che spingono nella direzione opposta alla tutela della natura. Secondo le stesse elaborazioni, la scala reale dei sussidi dannosi è circa sette volte più grande di quanto riportato all’ONU. In altre parole, se il dato dichiarato si ferma a qualche centinaio di miliardi, il conto vero supera abbondantemente il trilione e mezzo.

Il meccanismo per cui questi soldi restano invisibili è semplice: molti incentivi non vengono censiti, dichiarati o classificati come dannosi, quindi non entrano nelle rendicontazioni nazionali. Già nel 2020 David Cooper, vicesegretario esecutivo della Convenzione sulla Diversità Biologica, aveva indicato mezzo trilione di dollari di sussidi dannosi per agricoltura, combustibili fossili e pesca come particolare preoccupazione. E il mondo non ha raggiunto pienamente nessuno dei 20 obiettivi di biodiversità di Aichi per il periodo 2010-2020. La distanza tra promesse e conti, insomma, non è un incidente recente.

La lezione del 2009 e la decisione che resta aperta

Non è la prima volta che una promessa globale di riduzione dei sussidi resta sulla carta. Al vertice G20 di Pittsburgh del 2009, i paesi si impegnarono a eliminare e razionalizzare i sussidi ai combustibili fossili “nel medio termine”. Quindici anni dopo, ricorda il Grantham Research Institute della LSE, non solo non hanno fatto progressi, ma i sussidi ai combustibili fossili sono in gran parte aumentati.

Il copione si ripete: prima un impegno solenne senza scadenze verificabili, poi la mancanza di dati condivisi, infine la scoperta che i conti sono molto più alti del previsto. Con l’Obiettivo 18 la prima scadenza, quella del 2025 per identificare i sussidi dannosi, è già passata. Ogni anno perso avvicina il 2030 senza il cambiamento necessario, e senza verifiche credibili il rischio è che i 500 miliardi di riduzione promessi restino un’altra voce sulla carta.

La prossima volta che sentirete parlare di incentivi “verdi”, guardate se vengono eliminati quelli dannosi: è lì, più che nei nuovi annunci, che si gioca la differenza concreta per il 2030.