Il decreto è approvato, ma per l’Eeb nessun altro Paese rinuncia alla partecipazione pubblica
Nel 2023 l’Italia ha registrato, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente, 43.083 morti premature attribuibili al PM2,5, il particolato fine: il numero assoluto più alto dell’Unione europea, davanti a Polonia e Germania. Eppure, lo scorso luglio, l’Italia è risultata l’unico Paese, tra quelli monitorati dal Tracker dell’European Environmental Bureau, a non prevedere alcuna consultazione pubblica sul recepimento della direttiva europea sulla qualità dell’aria, come ha documentato Cittadini per l’aria.
Il Paese che non consulta
Il paradosso comincia qui: il Paese con il maggior numero assoluto di decessi da inquinamento atmosferico recepisce le nuove regole senza aprire un confronto pubblico. Il Consiglio dei Ministri ha approvato lo schema di decreto legislativo per il recepimento della direttiva (UE) 2024/2881 sulla qualità dell’aria ambiente, come comunicato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Nel monitoraggio dell’European Environmental Bureau, l’assenza italiana di consultazioni è un’eccezione: negli altri Paesi monitorati un passaggio di partecipazione era previsto. Come si spiega questa scelta? I numeri raccontano una storia che il silenzio istituzionale non può cancellare.
Il primato che nessuno vuole
Le radici del divario non sono recenti. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha ricordato che i valori limite applicabili alle concentrazioni di PM10 sono stati sistematicamente e persistentemente superati tra il 2008 e il 2017. I numeri più aggiornati non rovesciano la prospettiva: nel 2025, secondo il monitoraggio di Cambiamo Aria, in 25 città su 27 monitorate le medie annue hanno superato i limiti fissati dalla direttiva europea 2881/2024 per il PM2,5, l’inquinante più pericoloso per la salute. Sulla scala europea, l’Agenzia europea dell’ambiente stima che nel 2023 portare l’inquinamento ai livelli indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità avrebbe evitato 182.000 morti da PM2,5, 63.000 da ozono e 34.000 da biossido di azoto nell’Unione.
Il conto alla rovescia del 2030
La risposta è scomoda. Secondo la scheda Paese dell’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2022 la mortalità legata al PM2,5 in Italia era di 12 punti percentuali superiore alla media dell’Unione, e il Paese è lontano dall’obiettivo europeo di riduzione del 55% fissato per il 2030. Non è un dettaglio burocratico: la direttiva 2024/2881 punta a dimezzare entro il 2030, salvo deroghe, gli attuali limiti di inquinanti come PM2,5 e biossido di azoto. I nuovi valori limite più severi saranno giuridicamente vincolanti a partire dal 1° gennaio 2030. Il recepimento nazionale deve essere completato entro l’11 dicembre 2026, come ricorda la Health and Environment Alliance.
Il 2030 non è una data lontana. Il numero da tenere d’occhio non è la scadenza formale del recepimento, ma il tasso di mortalità attribuibile al PM2,5 nel prossimo rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente: se l’Italia non accelera come la Francia,
il suo primato di morti diventerà strutturale.




