Due mesi fa, lo scorso 17 luglio, in Puglia due persone sono state arrestate e un complesso zootecnico di tre aziende è stato sottoposto a sequestro preventivo. Il conto si è ribaltato: per risparmiare circa 300mila euro, ora ne servono 1,6 milioni soltanto per rimuovere i rifiuti zootecnici. E il lavoro che ha generato quel risparmio era pagato meno di 3 euro l’ora. Secondo il comunicato dei Carabinieri, l’indagine era partita dalla morte di un lavoratore straniero originario dell’India, avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2024.

Un risparmio da 300mila euro che ora costa 1,6 milioni

I numeri del caso sono netti. La retribuzione oraria dei lavoratori sarebbe stata inferiore a tre euro. In questo modo, i datori di lavoro avrebbero ottenuto nel periodo esaminato un risparmio illecito complessivamente superiore a 300.000 euro, omettendo di adempiere alle dovute prescrizioni. Allo stesso tempo, è stato calcolato che per rimuovere dall’area i rifiuti zootecnici sarebbe necessaria la cifra di 1.600.000 euro. Il conto ambientale, cioè, è più di cinque volte il vantaggio ottenuto con il mancato rispetto delle regole.

Il paradosso è tutto qui: il risparmio illecito si rovescia in un costo successivo molto più pesante, senza considerare il prezzo pagato da chi lavorava. Ma il cortocircuito economico nasconde un sistema: chi paga meno di tre euro l’ora e chi incassa 73,5 miliardi.

73,5 miliardi di valore, 6mila euro di paga

Dall’episodio alla struttura: il caso di Puglia non è un incidente isolato. Secondo gli investigatori, omettendo di adempiere alle dovute prescrizioni gli imprenditori hanno risparmiato circa 300mila euro. I braccianti sarebbero stati costretti a lavorare per tredici ore al giorno, con pause minime o inesistenti; allo sfruttamento si affiancava anche una condizione abitativa deleteria. Sono dettagli che non cambiano il quadro complessivo: lo confermano, semmai.

I dati nazionali aiutano a leggere la scala del fenomeno. Nel 2023 si stima che siano circa 200 mila i lavoratori irregolari nell’agroalimentare, in un comparto che vale 73,5 miliardi di euro, ma in cui le paghe di chi contribuisce a quel valore sono molto basse: in media poco più di 6 mila euro all’anno. Detto altrimenti, un valore produttivo enorme convive con redditi che equivalgono a circa 500 euro al mese per chi nei campi lavora in condizioni di bisogno.

Eppure una legge contro lo sfruttamento esiste dal 2016. Perché non ha impedito la morte di Satnam Singh?

Dalla morte di Satnam Singh alla legge del 2016: cosa cambia adesso?

La domanda non è retorica. Satnam Singh era un bracciante indiano di 31 anni arrivato a Latina per lavorare, e nella pianura pontina ci ha perso la vita. Il quadro normativo non manca: ai sensi dell’art. 603-bis c.p., così come riformulato dalla Legge n. 199/2016, è vittima di sfruttamento lavorativo la persona il cui stato di vulnerabilità è tale da comprometterne fortemente la libertà di scelta, inducendola ad accettare condizioni lavorative inique a seguito di approfittamento del proprio stato di bisogno da parte degli intermediari e degli utilizzatori.

Eppure i casi continuano ad arrivare, con gli stessi numeri di partenza: paghe sotto i 3 euro l’ora, turni estenuanti, alloggi precari. L’indagine conclusa con gli arresti di luglio era nata da una morte avvenuta nel maggio 2024, più di due anni prima. Quanto tempo passerà ancora prima che il costo del lavoro irregolare superi definitivamente i benefici per chi sfrutta?

Il numero da tenere d’occhio non sono i 300mila euro risparmiati, ma i 1,6 milioni necessari a bonificare: quando il conto ambientale e giudiziario supera il profitto illecito, lo sfruttamento smette di essere conveniente. Finché non accade, restano 73,5 miliardi di euro con una paga media da 6mila l’anno.