In Samburu, contea del Kenya settentrionale, il modello delle conservancies genera entrate da più di vent’anni. Nel 2026, ventidue anni dopo la nascita della Northern Rangelands Trust, la conservazione continua a produrre ricchezza su scala globale. Ma solo una minoranza delle famiglie di pastori ne vede una parte. È il contrasto al centro dello studio di Lugusa e colleghi sull’equità della conservazione nei bassopiani del Samburu, che osserva la distribuzione dei benefici dal punto di vista di chi vive sulla terra.
La minoranza esclusa dalla ricchezza verde
Nonostante il successo globale e i flussi di entrate, le famiglie di pastori comuni spesso rimangono escluse dalla ricchezza generata dalla conservazione. Lo documenta un’analisi sulle conservancies kenyane, che cita lo studio di Lugusa et al. come prova del fatto che solo una minoranza di famiglie guadagna reddito da impieghi nelle conservancies. Il dato è netto: il modello produce valore, ma la distribuzione si ferma molto prima di arrivare alle famiglie comuni.
Uno dei meccanismi che spiega questa esclusione è l’accesso alla terra. Secondo una ricerca pubblicata a luglio, l’istituzione di aree core, zone cuscinetto e strategie di pascolo che si discostano radicalmente dalle pratiche precedenti ha ridotto l’accesso dei pastori alle risorse critiche dei pascoli. La conseguenza diretta: molti pastori sono stati costretti a cercare pascoli altrove, lontano dai territori che hanno storicamente utilizzato.
È il paradosso centrale. La conservazione crea ricchezza proprio sottraendo alle famiglie l’accesso alle risorse da cui dipendono. Gli impieghi nelle conservancies arrivano a pochi; la terra, per tutti gli altri, diventa più difficile da usare. E la distanza tra il valore generato e il valore condiviso non si colma da sola.
Le radici coloniali dell’esclusione
Questa esclusione non è nata con i progetti di carbonio. Già durante il periodo coloniale, tutte le terre dell’attuale contea di Samburu furono dichiarate Crown Land e poste sotto il controllo del governo coloniale. In altre parole: la terra dei pastori non è mai stata davvero loro, neppure sulla carta.
La continuità con il presente è evidente. Le aree core e le zone cuscinetto di oggi replicano, con strumenti nuovi, quella stessa logica di controllo del territorio. Ciò che durante il colonialismo si chiamava Crown Land oggi si presenta come terreno posto sotto vincolo di conservazione. Il che spiega perché l’esclusione dei pastori non sia un incidente recente, ma un meccanismo che attraversa le epoche.
Chi controlla la rendita verde?
Al centro di questo meccanismo c’è la Northern Rangelands Trust, fondata nel 2004 e da allora al cuore della gestione delle conservancies nell’area. È l’attore chiave, il punto in cui i flussi di finanziamento internazionale incontrano la gestione pratica del territorio. E proprio qui si gioca la partita dei carbon credits.
La domanda irrisolta è se quei flussi resteranno concentrati o arriveranno alle famiglie. Al momento, la distribuzione della ricchezza resta opaca. E la storia degli ultimi ventidue anni non è incoraggiante: la minoranza che percepisce reddito da impieghi nelle conservancies è rimasta tale anche mentre il valore complessivo cresceva. Se la rendita del carbonio seguirà lo stesso percorso, consoliderà la geografia del potere esistente invece di cambiarla.
Se la minoranza resta minoranza, i mercati dei carbon credits rischiano di finanziare un modello che esclude proprio chi vive sul territorio. Il dato da osservare nei prossimi mesi è semplice: la quota di ricavi che arriva davvero alle famiglie di pastori. Senza quel numero, il successo globale della conservazione in Samburu continuerà a convivere con una questione di equità rimasta aperta per più di un secolo.




