Nel 2023 in Italia si sono verificati 378 eventi estremi, più di uno al giorno. Secondo Legambiente, il dato segna un aumento del 22% rispetto al 2022. Eppure l’Italia resta uno dei paesi europei meno assicurati contro i rischi climatici. Dal 2024, con la Legge di Bilancio, ogni impresa italiana deve dotarsi di una copertura assicurativa contro le catastrofi naturali. Ma proprio mentre Roma impone di coprirsi dal rischio fisico, Bruxelles ha rinviato al 2029 le regole sulla due diligence di sostenibilità. L’adattamento climatico delle imprese si gioca su questo incrocio: un obbligo che arriva, un altro che slitta.

Un disastro al giorno, ma l’assicurazione è appena arrivata

I 378 eventi del 2023 non sono un’anomalia statistica: sono il segno di un’esposizione che si ripete. L’Italia è il terzo paese europeo più colpito dai cambiamenti climatici, con oltre 90 miliardi di euro di danni in 42 anni, pari al 17% del totale continentale. In termini pro capite, secondo uno studio di The European House – Ambrosetti, le perdite economiche legate agli eventi estremi arrivano a 284 euro per abitante: una cifra che distribuisce il danno su tutta la popolazione, anche su chi non ha subito un evento diretto. Eppure il paese figura tra i meno assicurati d’Europa. Il danno è tra i più alti del continente, la copertura tra le più basse.

A colmare almeno in parte il vuoto è arrivata la Legge di Bilancio 2024, che ha introdotto l’obbligo per tutte le imprese in Italia di proteggersi contro le catastrofi naturali per mezzo di apposita copertura assicurativa. Non è più una scelta volontaria: dal 2024 è un adempimento. Resta una domanda aperta: cosa succede quando lo stesso paese deve recepire una direttiva europea che va in direzione opposta?

Omnibus I: l’Europa tira il freno sulla due diligence

La risposta arriva da Bruxelles. La Direttiva Omnibus I è stata approvata dal Consiglio dell’UE a febbraio 2026 ed è entrata in vigore lo scorso 18 marzo. L’effetto è duplice: restringe l’ambito di applicazione della Direttiva sulla due diligence aziendale di sostenibilità — la Corporate Sustainability Due Diligence Directive — e ne rinvia l’applicazione al 26 luglio 2029. In pratica, le regole che avrebbero dovuto imporre alle imprese di verificare la sostenibilità delle proprie filiere non scatteranno prima di altri tre anni.

La contraddizione con la scelta italiana è evidente. Roma ha reso obbligatoria la copertura dai danni fisici del clima, con una norma entrata in vigore già dal 2024. Bruxelles, sull’altro fronte del rischio — quello sociale e ambientale delle catene di fornitura — tira il freno e rinvia. Da una parte si riconosce che il clima colpisce e si impone di assicurarsi; dall’altra si rinuncia, per ora, a imporre controlli sulle filiere. Non è solo una questione di calendario: è una diversa gerarchia delle priorità. Se il 2029 è il nuovo orizzonte, la domanda è: chi definisce oggi gli standard di sostenibilità nelle filiere italiane?

Il rinvio ha una conseguenza pratica immediata. Le imprese che avevano iniziato a prepararsi alla direttiva — adeguando procedure, contratti con i fornitori, sistemi di rendicontazione — si trovano in un limbo normativo. Il quadro europeo non c’è ancora, ma il costo dell’adeguamento anticipato è già stato sostenuto. Al tempo stesso, chi non ha fatto nulla può permettersi di aspettare: la scadenza del 2029 non produce oggi alcuna pressione vincolante. Il rischio è che il ritardo venga letto come un segnale: se Bruxelles non ha fretta, perché averne?

Le imprese corrono, la normativa aspetta

I dati sul settore privato raccontano un’altra storia. Secondo EY, oltre il 90% delle imprese italiane intervistate inserisce il tema dell’approvvigionamento sostenibile nella propria rendicontazione delle performance non finanziarie. Non è una formalità contabile: vuol dire che la quasi totalità del campione considera la filiera un capitolo della propria responsabilità, anche quando l’obbligo europeo è stato rinviato al 2029.

E non si tratta solo di rendicontazione. Oltre l’80% delle imprese intervistate ha sviluppato una strategia per implementare la sostenibilità nella propria catena di fornitura. Le aziende del gruppo di lavoro coprono complessivamente oltre 140.000 fornitori. Numeri che dicono una cosa precisa: il mercato si è mosso prima della norma.

Ecco il paradosso finale. Mentre l’Europa rinvia al 2029, le imprese italiane stanno già adottando standard di sostenibilità di filiera su base volontaria, con i costi e le asimmetrie che questo comporta. Chi anticipa lo fa senza una cornice uniforme; chi aspetta non subisce conseguenze immediate. Il numero da tenere d’occhio resta il 26 luglio 2029, quando scatterà — se non ci saranno altri rinvii — la due diligence obbligatoria. Fino ad allora, l’Italia si assicura contro il clima ma lascia che la sostenibilità di filiera corra su binari privati.