Dei 415 impegni con scadenza 2025 solo 198 sono stati rispettati, ma l’Italia dichiara il 98,8% di conversione

Solo il 48% degli impegni con scadenza 2025 per eliminare le uova da galline in gabbia è stato completato a livello globale. Lo calcola il rapporto EggTrack 2025 di Compassion in World Farming, ripreso da Il Fatto Alimentare in un articolo pubblicato lo scorso 31 luglio: meno della metà delle promesse pubbliche previste per il 2025 è stata mantenuta. Un dato che apre una crepa tra impegni e realtà, e che in Italia assume contorni paradossali.

Il 48% che non torna

Secondo i dati di EggTrack ripresi da New Food Magazine, dei 415 impegni con scadenza 2025 solo 198 sono stati rispettati; i restanti 217 non risultano soddisfatti. Non si tratta soltanto di ritardi: 50 aziende hanno cancellato del tutto i propri propositi pubblici, tra cui Unilever e Krispy Kreme Doughnuts. È un passo indietro che stride con la mobilitazione dei cittadini europei: l’iniziativa End the Cage Age aveva raccolto 1,4 milioni di firme in un anno, con il sostegno di oltre 170 organizzazioni non governative in tutta l’Unione.

In questo quadro, l’Europa resta un’eccezione relativa: le aziende dichiarano di avere convertito al senza gabbie il 94% delle forniture monitorate. In Italia, le 36 realtà passate al vaglio sfiorano la totalità: il 98,8%. Due numeri che non stanno nella stessa storia, come se il continente viaggiasse a due velocità.

Il paradosso italiano: 98,8% ma galline ferite

Mentre il mondo arretra, l’Italia dichiara il 98,8% di conversione. Ma un’altra cifra, uscita da 50 allevamenti italiani, racconta una realtà diversa. Uno studio pubblicato su Poultry Science, firmato dal DAFNAE dell’Università di Padova e dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, ha esaminato al macello oltre 30 mila galline: lesioni e ustioni alle zampe nel 46,3% degli animali, deviazioni dello sterno nel 77,1%, fratture nel 17%, prominenze dello sterno nel 71,2%, vesciche al petto nell’8,4%.

Il metodo non è un dettaglio. I ricercatori hanno valutato l’occorrenza di lesioni e prominenza della chiglia, vesciche al petto e lesioni plantari su carcasse di galline ovaiole in 50 allevamenti commerciali italiani, comprendendo gabbie arricchite, sistema a terra e sistema multi-livello. Per isolare i fattori di rischio hanno usato regressioni logistiche multivariate con intervalli di confidenza al 95%, considerando rampe supplementari, genotipo, età, dimensione del gregge e stagione di macellazione. Il confronto tra il dato EggTrack e quello dello studio non è diretto: il primo è una quota di forniture dichiarata, il secondo una prevalenza di lesioni osservate su carcasse. Ma è proprio questa asimmetria a rendere visibile la distanza tra impegno commerciale e condizione animale. In un parco produttivo dichiarato al 98,8% senza gabbie, questi numeri spostano la domanda: la gabbia non c’è più, ma cosa la sostituisce?

Chi resta in gabbia (e chi ha già scelto il ‘senza combinati’)

Se il problema non è più soltanto la gabbia ma ciò che la sostituisce, la linea di frattura si sposta sui sistemi combinati. Carrefour ha aggiornato la propria politica di approvvigionamento delle uova per escludere esplicitamente questa via intermedia; lo segnala Animal Equality. Alcuni produttori italiani – Eurovo, Cascina Italia, Fattoria Roberti, Coccodì e Sabbatani – hanno già adottato politiche cage-free che escludono anche i sistemi combinati.

Restano indietro Amadori e Aia, del Gruppo Veronesi: non hanno reso pubblica una policy chiara e trasparente con scadenze precise sull’abbandono delle gabbie, e rischiano di perdere terreno rispetto ai competitor. Il prossimo numero da guardare non è più il 48% globale, ma quante aziende seguiranno Carrefour nell’escludere i sistemi combinati e quando Amadori e Aia renderanno pubblica una scadenza.

Nei prossimi mesi l’indicatore davvero utile sarà la quota di forniture italiane che esclude anche i sistemi combinati: la distanza tra il 98,8% dichiarato e il 46,3% di lesioni plantari è il vero scarto da colmare.