Nessuno vede il metano quando apre il rubinetto del gas. Eppure ogni perdita lungo la filiera — dal giacimento al gasdotto, dallo stoccaggio alla distribuzione — finisce in due posti: nell’atmosfera e, in una quota che pochi calcolano, in bolletta. Da oltre due anni l’Europa ha una legge per misurarlo e ripararlo. Da quasi un anno, una lettera firmata da 44 grandi investitori chiede a Bruxelles di non indebolirla.

Il documento, pubblicato per la prima volta il 1º ottobre 2025 e cresciuto nel frattempo di due nuovi firmatari, porta le firme di 44 investitori istituzionali con oltre 4,85 trilioni di euro in gestione. Chiede alla Commissione europea, al Parlamento europeo e agli Stati membri di mantenere e attuare rapidamente il regolamento dell’UE sulle emissioni di metano (EU MER) così come adottato. Tra i firmatari figurano Nordea Asset Management, Sampension, Miller/Howard Investments e Church of England Pensions Board.

4,85 trilioni di ragioni per non riaprire

Non è una lettera di sigle ambientaliste. I firmatari sottolineano che la chiarezza normativa è fondamentale per le aziende e i mercati mentre pianificano la conformità e gestiscono i rischi a lungo termine. In pratica: se una regola cambia a metà percorso, i piani di adeguamento delle imprese diventano scommesse, e chi investe su un quadro normativo stabile si ritrova a pagare il conto dell’incertezza.

La richiesta dei 44 è netta su tre punti: non riaprire il regolamento, garantire un’attuazione coerente e tempestiva in tutti gli Stati membri e applicare standard rigorosi per l’equivalenza dei paesi terzi. Nessuna di queste richieste è un tecnicismo: riguardano quanto costa, e con quali regole, il gas che arriva nelle case.

Ma se nell’agosto 2024 l’Europa si era appena dotata della sua prima legge sul metano nel settore energetico, perché se ne discute di nuovo?

La norma c’è, ma il fronte è doppio

Il regolamento non è un progetto in cantiere: è la prima legge europea sul metano nel settore energetico, entrata in vigore nell’agosto 2024. Le regole si concentrano su misurazione, rendicontazione e verifica, con norme stringenti per individuare e riparare le perdite all’interno dell’Unione. Sulla carta, una legge già operativa da oltre due anni.

La risposta sta in una tensione che non riguarda solo Bruxelles. Da una parte c’è la sponda atlantica: l’amministrazione Trump ha chiesto l’abrogazione totale o un rinvio al 2035 del regolamento, definendolo una barriera commerciale non tariffaria. La pressione si intreccia con gli standard di equivalenza per i paesi terzi: se il gas importato deve rispettare regole paragonabili a quelle europee, chi esporta verso l’Unione si trova davanti a obblighi nuovi.

Dall’altra parte c’è l’industria. L’associazione europea dei produttori di petrolio e gas, IOGP Europe, ha sviluppato proposte per aggiustamenti mirati al regolamento da far confluire nel prossimo pacchetto Energy Omnibus. Non si tratta del rinvio al 2035 chiesto da Washington, ma di modifiche puntuali. Per gli investitori, però, il rischio è lo stesso: una norma che, a poco più di un anno dall’entrata in vigore, cambierebbe forma sotto pressioni incrociate.

E così resta una domanda: quando arriverà l’Energy Omnibus, il regolamento resterà intero o verrà limato?

Cosa cambia per chi firma un contratto energetico

Per chi non tratta gasdotti ma bollette e forniture, la posta in gioco è più concreta di quanto sembri. Quanto metano si disperde prima che il gas arrivi a casa? Se il regolamento resta in piedi, ogni operatore dovrà misurarlo, dichiararlo e riparare le perdite. Una rete che ripara le perdite è una rete che butta meno prodotto: il costo del gas disperso si distribuisce lungo tutta la filiera e, alla fine, pesa sui clienti finali.

La partita sull’equivalenza è quella che tocca più da vicino i contratti. La lettera degli investitori chiede di applicare standard rigorosi per l’equivalenza dei paesi terzi: in pratica, il gas comprato fuori dall’Unione dovrebbe dimostrare di rispettare regole di misurazione e riparazione paragonabili a quelle europee. Chi firma un contratto di fornitura sa che una parte del prezzo dipende anche da questo: da quanto la filiera è trasparente nel dire quanto metano perde lungo la strada.

Se invece il regolamento venisse riaperto o diluito, l’obbligo di misurare, dichiarare e riparare le perdite con la stessa intensità potrebbe indebolirsi, e con esso la quantità di informazioni che un fornitore deve garantire a chi compra. Da qui in poi, ogni contratto rifletterà quanto l’Europa sceglierà di vedere.

Il metano disperso non si vede, ma si paga: la difesa o l’indebolimento del regolamento UE dirà quanta trasparenza vogliamo dentro le nostre bollette.