Il metano del cibo pesa fino al 60% delle emissioni globali
Succede a tutti: dimentichi un pacco di affettato in fondo al frigo, il pane diventa duro, la busta di insalata si affloscia. Buttare via sembra innocuo, quasi naturale. Eppure è proprio da lì, e dal carrello della spesa, che passa una delle battaglie più rapide contro il riscaldamento globale. Lo ha capito anche la Robertson Foundation, che lo scorso 30 luglio ha dato notizia di un investimento da 19 milioni di dollari in sei organizzazioni impegnate a ridurre le emissioni di metano dal sistema alimentare, puntando su diete plant-forward e riduzione dello spreco alimentare.
Il metano che abbiamo in cucina
Per capire perché quei 19 milioni sono una notizia, conviene partire da un numero che non vediamo mai stampato sullo scontrino. Il metano è 86 volte più potente della CO2 su un orizzonte di 20 anni e ha un impatto di riscaldamento 28 volte più forte su 100 anni. Non lo vediamo, non odora di combustibile fossile, ma è lì: nella produzione di carne e latticini, che da sola rappresenta il 25-35% delle emissioni di metano di origine antropica, e nei rifiuti, che secondo la Climate and Clean Air Coalition arrivano a pesare fino al 20% delle emissioni antropiche di metano. Negli Stati Uniti, secondo ReFED, il 31% della fornitura alimentare nazionale finisce perso o sprecato. In pratica quasi un pasto su tre non viene mai consumato, e nel frattempo produce un gas che scalda molto, molto in fretta.
Se il metano è così potente, quanto pesa davvero il cibo che mettiamo nel carrello? La risposta è più grande di quanto sembri.
Diciannove milioni per cambiare il piatto, non solo l’energia
È qui che entra la mossa annunciata a fine luglio dalla Robertson Foundation. I 19 milioni vanno a sei organizzazioni che lavorano su due fronti: spostare le diete verso opzioni più vegetali e ridurre perdite e sprechi alimentari. L’obiettivo non è l’energia, come spesso accade quando si parla di metano, ma direttamente il cibo. Lo staff della fondazione ha individuato due aree di lavoro prioritarie: una transizione giusta all’energia pulita, con un focus significativo sull’America Latina, e la trasformazione del sistema alimentare, che comprende la riduzione di perdite e sprechi, il taglio del metano e una minore dipendenza dalla produzione zootecnica intensiva.
Per una fondazione il calcolo è abbastanza lineare: se il metano è 86 volte più potente della CO2 su vent’anni, ogni tonnellata evitata oggi pesa molto sulla temperatura dei prossimi decenni. Ridurre carne e latticini e buttare meno cibo non sono quindi un dettaglio da buona educazione domestica: sono una leva concreta, che vive nei gesti di ogni cucina.
Ma 19 milioni sono una goccia? Per capirlo serve allargare lo sguardo alla partita già in corso sul metano alimentare.
Una goccia in un mare da 278 milioni (e oltre)
La cifra della Robertson Foundation va letta accanto a quelle che già circolano sul metano alimentare. Alla COP30, governi e filantropie hanno annunciato 278 milioni di dollari di nuovi finanziamenti per l’abbattimento del metano. Molto di più ha messo il Bezos Earth Fund, che ha stanziato 1 miliardo di dollari per trasformare i sistemi alimentari e agricoli: non un fondo qualunque, ma il riconoscimento che il sistema alimentare è la seconda più grande fonte di emissioni di gas serra.
In questo contesto, i 19 milioni della Robertson Foundation sono una tessera piccola ma coerente. Il sistema alimentare è responsabile del 60% delle emissioni globali di metano di origine antropica, secondo ClimateWorks, e la produzione di cibo è di gran lunga la principale fonte di metano di origine umana. Qualsiasi tentativo serio di abbattere il metano deve passare per il piatto, non solo per i giacimenti di gas o le discariche.
Alla fine, la domanda non è quanto manca, ma quali scelte quotidiane vanno nella stessa direzione indicata dai grandi fondi. Non serve diventare attivisti: basta sapere che ridurre carne e latticini e buttare meno cibo non è solo buona educazione domestica, è la stessa direzione dei capitali filantropici. Nessuno chiede rinunce eroiche: comprare un po’ meglio, pianificare i pasti e finire quello che c’è nel frigo prima di riempirlo di nuovo è già un pezzo di questa partita. La prossima busta di insalata dimenticata pesa un po’ di più.




